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La Storia Della Regina Di Saba

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CURIOSANDO - LA STORIA DELLA REGINA DI SABA

In nessuna parte del Mondo la leggenda della regina di Saba è più viva che in Etiopia. Infatti per questo popolo rappresenta il mito fondamentale della loro civiltà. La storia tramanda che Saba, regina di Axum, aveva sentito decantare la saggezza del re Salomone e volle fargli visita per mettere alla prova la sua sapienza proverbiale. Della visita a Gerusalemme, avvenuta tra il 1000 ed il 950 a.e.v. vi è menzione nel “Kebra Nagast, Gloria dei re” che è il libro fondamentale per la storia dell’impero degli altopiani, elaborato in Etiopia nel XIV secolo. Nel racconto si dice che la regina di Saba, recatasi dal potente re Salomone per sottoporgli alcuni enigmi, ne rimase affascinata. Dall’unione del re Salomone con la regina, fu concepito Menelik (il cui significato intrinseco è “Figlio dell’uomo saggio”) che portava nel sangue le tracce di una ascendenza divina e che sarebbe stato il capostipite di una stirpe salomonica. Menelik, cresciuto nella propria Terra e divenuto re, fece proprio il simbolo del leone di Giuda che innalzò a simbolo del suo regno. La leggenda vuole che Menelik, divenuto maturo, intraprese il lungo viaggio, sulle orme della madre, per incontrare il padre Salomone e quando fece ritorno ad Axum, trafugò o gli fu affidata, l’Arca dell’Alleanza. E’ scritto che grazie ai poteri della stessa, i discendenti di Menelik (falascià), avrebbero sollevato senza sforzo le centinaia di tonnellate dei giganteschi obelischi eretti ad Axum. Però l’arca non arrivò ad Axum con Menelik, ma impiegò qualche secolo dopo un lento peregrinare in terra d’Egitto. Questo avvenimento è ricordato con i lenti ed esasperanti riti che la Chiesa Copta etiopica celebra in onore dell’Arca, in occasione di Ghenna e Timkat che sono il Natale e l’Epifania del rito copto. Le feste di celebrazione di queste due ricorrenze fanno rivivere lo splendore di quelle che furono le corti di Gerusalemme e di Axum. Questa vicenda ha affascinato le decine di ricercatori che si sono messi sulle tracce dell’arca. Sfortunatamente, ognuna delle circa ventimila chiese copte dell’Etiopia custodisce una copia dell’Arca. Trovare quella autentica (ammesso che ci sia) è dunque come cercare un ago in un pagliaio. Dalla testimonianza di tre ricercatori italiani pare che la vera Arca sia nascosta nella vecchia chiesa cristiana S.Maria di Sion ad Axum, una chiesa costruita nel Seicento dall’imperatore Fasiladas, dietro l’altare maggiore, protetta da un baldacchino di velluto rosso con ricami ma, secondo la religione copta, non è concesso a nessuno di vederla. Si dice che persino al negus Hailè Selassiè, che ne aveva espresso il desiderio, venne opposto un secco rifiuto. E si dice che l’accesso alla stanza dell’arca sia consentito ad un solo abuna (la massima autorità religiosa) per generazione.

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Curiosamente queste narrazioni sembrano dimenticare quanto scrive la Bibbia nel Secondo libro dei Maccabei, allorché viene raccontato dettagliatamente di come il profeta Geremia, salito sul monte Nebo, abbia deciso di nascondere l’arca “in un antro” poi murato, probabilmente per sottrarre il prezioso reperto alla furia delle armate del sovrano babilonese Nabucodonosor, che cingevano d’assedio Gerusalemme nel 587 a.e.v. Lo stesso Geremia, forse pentitosi della sua decisione, non sarebbe stato poi più in grado di ritrovare il punto esatto ove l’arca era stata occultata.

“ In quel giorno il Signore si prenderà nuovamente il resto del Suo popolo, rimasto dall’Assiria e dall’Etiopia, e alzerà un vessillo ai popoli e raccoglierà i dispersi d’Israele, dai quattro angoli della terra” (Isaia 11: 11-12)

Dunque gli “ex” falascià, sarebbero i diretti discendenti di re Salomone e la regina di Saba, che nei secoli a venire hanno continuato a seguire i Comandamenti di Salomone. Perché ex? Perché “falascià” significa “straniero”, o ancora “colui che non possiede terra”.

Dal punto di vista religioso, i falascià sono i frutti dell’unione tra Salomone e la regina di Saba, questo creerebbe, secondo la visione dell’Ebraismo Ortodosso, alcuni problemi perché l’ebraicità è trasmessa in linea femminile, ed essendo la regina di Saba non ebrea, in teoria neanche i discendenti dovrebbero esserlo.

Ma le basi storiche del legame tra Etiopia e Israele esistono:

in un’isola del Nilo, ai confini tra l’Egitto e il Sudan, sono stati ritrovati i resti di un Tempio ebraico con una pianta simile a quella del Tempio di Gerusalemme, atto a contenere l’Arca. Questo sembra confermare la tradizione orale etiope secondo cui l’Arca approdò in un primo momento sul lago Tana, dopo essere stata trasportata lungo il Nilo Azzurro.

Se questo dimostra che vi furono influenze religiose intorno ai secoli VIII-VII a E.V., sicuramente più decisive da un punto di vista linguistico e culturale furono le possibili migrazioni di popolazioni semitiche che attraversarono il Mar Rosso dalla penisola arabica meridionale nel periodo iniziale dell’era cristiana. Ecco che nell’altopiano etiopico settentrionale le lingue più diffuse sono lingue semite (il tigrino e l’amarico).

Oltre alla lingua, ritroviamo anche altre tradizioni ebraiche quali la circoncisione, la divisione fra animali puri ed impuri, il divieto di cogliere frutti in certi giorni sacri.

La Bibbia ci narra che un enunco etiope, che si trovava a Gerusalemme per propositi di culto, importò la Cristianità in Etiopia nel primo secolo E.V.

Ma quando i missionari cristiani arrivarono in Etiopia non riuscirono a rimuovere le tradizioni così radicate, e il cristianesimo etiope assume caratteristiche proprie.

Dopo l’introduzione della Cristianità , gli insegnamenti dell’Antico Testamento e del Nuovo divennero le basi della Chiesa Ortodossa Tewahedo d’Etiopia.

A partire dall’anno 1000 gli ebrei etiopi avrebbero cominciato ad essere oggetto di molteplici e dure persecuzioni e vessazioni da parte delle popolazioni limitrofe di religione musulmana e ortodossa, subendo confische o sottrazioni di terre coltivate e di bestiame e altri atti di chiara intolleranza, quali la privazione dei diritti più elementari, la schiavitù e la cancellazione e profanazione dei luoghi e dei templi simbolo del loro credo, costringendo i religiosi a nascondere libri sacri e reliquie in luoghi inaccessibili.

Nel VI secolo, il nord Africa ed una parte del Medio Oriente furono invase dagli Arabi seguaci di Maometto. Di conseguenza l’Islam si espanse alle aree del mar Rosso e dell’oceano Indiano, indebolendo la Chiesa Ortodossa Etiopica ed ostruendo la sua relazione con il resto del mondo cristiano, e ancora nel XVI sec., un musulmano etiopico di nome Ahmed Gragn, aiutato e supportato dall’impero Ottomano, iniziò la propria campagna militare dalla parte orientale del Paese e giunse sino al nord, distruggendo un gran numero di chiese ed eredità culturali lungo tutto il Paese. Migliaia di uomini, donne e bambini, cattolici ed ebrei furono massacrati.

Nonostante tutte queste distruzioni, i Cristiani e i Falascià etiopici dell’epoca rimasero saldi nella propria fede, si unirono e, con notevoli sacrifici, difesero il Paese.

Dal XVII secolo in poi missionari protestanti giunti in Etiopia vennero a contatto con alcuni Falascià, completamente all’oscuro dell’esistenza di loro correligionari nel mondo , tentando di convertirli ; iniziativa che riuscì soltanto in parte e solo molto più tardi, nel XIX secolo, grazie all’opera dei membri della London Society for Promoting Christianity among Jews. Per cercare di allontanare la minaccia missionaria, alcuni esponenti della comunità ebraica europea, tra cui il triestino Filosseno Luzzatto, iniziarono ad interessarsi della sorte di questi loro sconosciuti “fratelli neri”, lanciando diverse campagne per sensibilizzare gli israeliti del continente: impegno che vide l’accorata partecipazione, morale e materiale, di eminenti rabbini spagnoli, boemi, tedeschi, inglesi, prussiani, galiziani e turchi.

Nel 1867, l’orientalista e studioso della Bibbia, Joseph Halévy, per conto dell’Alliance Israélite Universelle, iniziò ad approfondire gli studi sulla comunità dei Falascià onde verificarne le esatte origini e la purezza del credo religioso arrivando a stabilire circa la loro inequivocabile ebraicità. Fu comunque necessario attendere il 1905 perché l’entrata dei Falascià nella coscienza collettiva del mondo ebraico si consolidasse fino a diventare un fatto accettato, anche se con riserve.

Dal 1983, con 3 operazioni di soccorso, all’insaputa del regime filo-sovietico di Mengistu, condotte dal Mossad e chiamate in codice (guarda caso) “Operazione Mosè”, “Giosuè” e “Salomone”, i nostri compagni non sono più coloro che non hanno terra, bensì “Beta Israel”, in “Casa di Israele”

FAGOTTINI DI CAVOLO FARCITI CON CARNE

Si usa per Simhà Torà

Ingredienti: 12 foglie di cavolo verza, 400 g di carne macinata, 1/2 cipolla, 1 uovo, 2 cucchiai di pangrattato bagnato col brodo, 1 tazza di salsa di pomodoro, mezzo bicchiere d’olio.

Scottare le foglie di cavolo per 2/3 minuti in acqua bollente e porle a scolare. In una terrina preparare un impasto con la carne macinata, l’uovo, il pangrattato, sale e pepe. In ogni foglia di cavolo porre una polpettina dell’impasto

legare l’involtino con un giro di filo bianco.

Far rosolare in una teglia la cipolla tritata nell’olio, unire la salsa di pomodoro, i fagottini e ricoprire di brodo.

Far cuocere molto lentamente, a teglia coperta, per almeno 2 ore. Quando saranno cotti il sugo deve risultare denso. Se necessario aggiungere un po’ di brodo durante la cottura. Togliere il filo dai fagottini prima di disporli su un piatto da portata, coperti col loro sugo.

FAGOTTINI DI SOFKA

Lavare le foglie del cavolo in acqua con aceto, scolarle ed eliminare la nervatura centrale. Sommergerle 2 minuti in acqua bollente per ammorbidirle e poi sommergerle per 4 minuti in acqua gelata. Asciugarle. Mescolare 350 g di macinato con mezza tazza di riso crudo, 1 cipolla tritata, 1 pomodoro tritato, sale, pepe, 2 cucchiai di limone spremuto e 1 cucchiaio di zucchero. Stendere le foglie del cavolo, distribuire sopra il ripieno, arrotolarle e chiudere bene. Preparare la salsa di pomodori friggendo appena 1 cipolla tritata in un po’ d’olio, aggiungere 1 scatola di salsa di pomodoro, 1 dado brodo vegetale, un po’ di acqua, 1 cucchiaio di zucchero e 4 di limone. Appena bolle, unire i rotolini di cavolo uno accanto all’altro. Cuocere col coperchio per 45 minuti

FEGATO ALLA JUDIA

Il patè di fegato è insieme al gefilte fish la ricetta askenazita più famosa. Era uso prepararla per Shabbath in quanto considerato un piatto ricco e perciò adatto alla festa. Si dice che il prelibato fois gras francese abbia proprio origine ebraica.

Friggere 500 g di fegato di vitello nell’olio; togliere il fegato e nell’olio così insaporito cuocere lentamente 2 cipolle bianche tagliate a mezza luna. Intanto preparare 5 uova sode e spellarle. Tritare col mixer il fegato, le cipolle imbiondite e le uova sode. Mescolare infine 2 cucchiaini di savora o mostarda, sale, pepe e olio. Foderare uno stampo con carta alluminio, versatevi il composto, distribuirlo uniformemente e riporre in frigo. Sformate il paté su un piatto, eliminate la carta e servite freddo.

Si può usare anche spalmato su crostini o tartine.

FRANCESINA

Dosi per quattro persone: lesso tagliato a fettine; 500 grammi di cipolle, 500 grammi di pomodori pelati, quattro cucchiai d’olio, basilico, sale e pepe, due uova, ½ limone.

Preparazione: tagliate la cipolla, mettetela in una teglia con l’olio e lentamente fatela cuocere. Quando sarà appassita e leggermente colorita aggiungete un ciuffo di basilico e i pomodori pelati a pezzetti. Salate e pepate. Poco dopo mettete il lesso ad insaporire in questa squisita salsa.

Prima di togliere dal fuoco versare le uova sbattute con il limone, facendole rapprendere leggermente, sempre girando.

✓ verificatoRegina di Saba/Salomone (X sec a.C.): tradizione biblica (1 Re 10) e Kebra Nagast etiope (XIV sec). Menelik I primo imperatore d'Etiopia, Leone di Giuda come simbolo regio. Arca dell'Alleanza ad Axum: tradizione religiosa copta, non storicamente verificabile. Cifra 'circa 20.000 chiese copte' è approssimativa.
Fonti: