Con l’avanzare degli alleati, il nostro gruppo si alimentò di nuove unità, fino a raggiungere una sessantina di elementi.
Agosto/Settembre 1944 Gli alleati avanzavano e già avevano liberato Firenze, Pistoia e altre città della Toscana, ma la Nazione era ancora in guerra, anche se le truppe tedesche stavano per ritirarsi. Un mattino presto, papà il “Mantovano”, fu mandato a controllare quanto distanziavano gli americani. Quando, verso sera, tornò ci informò che le prime avanguardie alleate erano a una dozzina di chilometri da noi. Il tenente Ferrari, immaginando l’imminente ripiegamento nemico, decise immediatamente una ulteriore azione di disturbo: i tedeschi dovevano capire bene che ora non potevano più permettersi la loro politica del massacro, con le loro azioni militari contro popolazioni civili inermi, con i loro saccheggi e i loro orrori, perché ora c’eravamo noi a sorvegliare. Ci trasferimmo in un punto strategico sopra Taviano. Dalla nostra postazione si dominava tutto il paese, posto più in basso, ed eravamo in grado di controllare ogni mossa. Notammo subito un gran movimento di automezzi germanici; era chiaro che stavano preparandosi per una ritirata. Ci auguravamo tutti che lo facessero senza vittime e distruzioni. Anche il nostro comandante osservava col canocchiale, pronto ad un eventuale intervento. A un tratto sibilò:- State pronti ragazzi, i tedeschi stanno minando il paese. Difatti stavano collocando casse di esplosivo davanti ad ogni casa, con lo scopo di farle esplodere, lasciando il caos dietro di loro. Non c’era alternativa, dovevamo intervenire. - ATTENTI, VIA!” Aprimmo il fuoco e…fu il finimondo. Dopo il primo attimo di sorpresa, i tedeschi reagirono, ma senza determinazione. Più che ritirata, la loro, era una fuga, consapevoli di avere gli americani alle calcagna. Da parte nostra, ci bastava che se ne andassero prima possibile, senza danni. Dopo circa mezz’ora di fuoco continuo, i tedeschi rinunciarono al loro proposito, salirono di corsa sui loro automezzi e se ne andarono verso Porretta. Dopo il cessate il fuoco, con molta cautela, scendemmo in paese e subito ci disponemmo per una minuziosa perlustrazione, controllando che non ci fossero cariche esplosive a tempo. Infine tornò la calma. Un morto ed un ferito leggero tra i nostri, cinque morti e quattro feriti tra i nemici. Il nostro caduto era un giovane di ventisei anni, “Schangai”, così chiamato perché aveva gli occhi a mandorla, come gli orientali. Era stato colpito da una raffica di mitra in pieno petto, forse si era esposto troppo. Il ferito, lo “Smilzo”, magro come un chiodo, era stato beccato di striscio ad una gamba da una pallottola. Sarebbe guarito in pochi giorni. Infine controllammo il materiale abbandonato: due camionette incendiate, un’autoblinda bloccata, cassette di munizioni e armi. Il tenente Ferrari ci comandò di seppellire i cadaveri e le armi, e di trasportare i feriti per consegnarli agli alleati. Improvvisammo quattro barelle, ma quando il comandante ci ordinò di caricare i feriti, intervenni decisamente. - Mi dispiace, ma io mi rifiuto! Per quello che mi riguarda, possono morire anche subito, non me ne importa niente, non piangerò per loro. Non avevo nessuna intenzione di soccorrere un tedesco, tantomeno di trasportarlo in alcun luogo. - Stai calmo “Biondo” - (era il mio nome di battaglia), mi rispose gravemente Ferrari - Ti capisco, ma abbiamo il dovere di difendere il nostro onore, altrimenti saremmo come loro. A malincuore mi caricai, insieme ad altri tre compagni, la barella sulle spalle e mossi i primi passi. Dovevamo percorrere circa dodici chilometri. Mio padre con la bandiera bianca, in testa al gruppo, faceva da guida. Durante il percorso, il ferito continuava a lamentarsi “Ohi ohi, buono partisan, ohi ohi, buono partisan”. Sopportai i lamenti il più possibile, non volevo sentire, non volevo cedere all’ira, ma alla fine reagii e, chiesto ai compagni di posare la barella a terra, mi avvicinai al suo viso e gli urlai all’orecchio:- Senti, se ti lamenti ancora, io ti lascio qua. Guardami bene, guardami fisso, sai chi ti sta salvando? Un EBREO. Hai capito? IO SONO JUDEN! e ora piantala! Non si lamentò più. Fu papà che per primo avvistò la staffetta americana. Non riesco a descrivere il nostro entusiasmo. Sembrava impossibile che tutto, come d’incanto, fosse finito. Fino a pochi istanti prima avevamo avuto la spada di Damocle sulla testa, con le persecuzioni, rastrellamenti, paure, angosce, minacce e ora…LA LIBERTA’. Che sensazione indescrivibile poter gridare a tutti “SONO LIBERO, capisci? libero di dire a tutti e senza paura SONO EBREO! Sissignori, SONO EBREO, eccomi qua!” Nell’arco della vita si possono attraversare momenti di gioia, periodi di dolore che mettono a dura prova la nostra esistenza, ma quell’attimo di felicità non si potrà mai ripetere, non è possibile. Rivolsi il mio pensiero a D-o e, raccogliendomi, dissi sottovoce “Dio Benedetto, Ti ringrazio per aver salvato la nostra vita” Devo confessare che, allora come adesso, non sono mai stato religioso osservante, ma quel ringraziamento al Padre Eterno mi sgorgò dal cuore con sincerità e vera devozione. Gli americani ci accolsero con simpatia e, dopo i primi scambi di notizie (assicurammo subito che fino a Porretta Terme potevano avanzare tranquillamente; ormai era terra di nessuno), ci rifocillarono abbondantemente, mentre alcuni soldati presero in consegna i quattro feriti, avviandoli all’ospedale da campo. Ciò che mi colpì, e che ancora oggi ricordo con grande impressione, fu l’idea di come i tedeschi potessero sperare di vincere la guerra contro gli americani, con tutti quei mezzi moderni e armi così sofisticate e inimmaginabili. Per non parlare poi della prevalenza numerica. Tanto per rendere l’idea, ricordo che mentre ai tedeschi occorrevano tre giorni, con grande dispiego di uomini della Todt e mezzi, per ricostruire il ponte della Venturina che ogni tanto veniva abbattuto dall’aviazione americana, a quest’ultimi bastarono due ore per rimetterlo in piedi e continuare l’avanzata. Con gli americani vicino, ci sembrava di vivere in un altro mondo. Tornati alla nostra sede, decidemmo di sciogliere il gruppo; riconsegnammo le armi e ognuno tornò alla propria casa; la nostra zona era stata liberata. Taviano era piena di soldati americani e un giorno, mentre io papà e mio fratello stavamo passeggiando per il paese, notammo un ufficiale americano, seduto su un muretto, concentrato nella lettura di un libro. Era un testo con caratteri ebraici. - SHALOM (pace)- lo salutammo tutti e tre in coro - SHALOM - rispose immediatamente - Siete ebrei? Alla nostra risposta affermativa, si mostrò interessatissimo, ci rivolse mille domande, volle subito sapere tutto sulla persecuzione da noi subìta. Isacco, questo era il suo nome, ascoltava incredulo, era emozionatissimo. Alla fine ci abbracciò con calore, poi ci disse che fino a quando sarebbe rimasto nei paraggi, non ci sarebbe mancato più niente. E così fu. Da quel giorno, fino al suo trasferimento, quasi tutti i giorni si poteva avvistare un gruppo formato da cinque/sei uomini, lui in testa, che saliva la mulattiera verso Sanbuca, con grossi scatoloni pieni di viveri in scatola e di ogni ben di Dio. Scatole, scatolette, cioccolato, sigarette, dentifrici, spazzolini, lamette per barba, maglie, mutande, cappelli, camicie e calzoni militari da lavoro. Tutto e di tutto in abbondanza.
Ma la permanenza dei soldati americani fu breve, dovevano continuare l’avanzata. Il giorno prima della partenza, il nostro Isacco ci rifornì abbondantemente di materiale e cibo per l’ultima volta, ci lasciò il suo indirizzo di Chicago poi, con un forte ed affettuoso abbraccio, ci salutò commosso augurandoci ogni bene. Finita la guerra gli abbiamo scritto più volte, senza ricevere alcuna risposta…
A utunno 1944 Passarono alcune settimane e noi eravamo agli sgoccioli di tutte le nostre risorse. Dovevamo assolutamente procurarci un lavoro, inoltre eravamo assetati di notizie: quanti ebrei si erano salvati occultandosi come noi? Quanti erano già tornati nelle loro case? Mio padre decise quindi di raggiungere la Comunità ebraica più vicina, Firenze, dove, secondo lui, ci sarebbero state più opportunità di trovare un lavoro per sopravvivere. Con mezzi di fortuna (e sempre pagando) nell’ottobre del ‘44 arrivammo a Firenze e dalla Comunità ebraica, appena riorganizzata, ci arrivarono i primi aiuti; dall’America il Joint (organizzazione ebraica americana) spediva a tutte le comunità ebraiche italiane aiuti in cibo e vestiario. Ci sistemammo in una pensioncina, due camere da letto con uso di cucina, e subito trovammo lavoro in una falegnameria in Borgo Stella. Per il momento eravamo sistemati, non ci rimaneva che attendere la fine della guerra per tornare a Mantova. …poi arrivò la primavera… Aprile 1945 Già da parecchi giorni la radio annuncia che si prepara una grande offensiva in Italia. Continua l’avanzata dei Russi e degli alleati e, con orrore, fanno le prime scoperte sulle atrocità dei tedeschi. I russi hanno occupato tutti i quartieri di Vienna e continua l’avanzata dalla parte occidentale della Germania. Il 21 Aprile viene liberata Bologna, mentre in Germania le armate russe sono a 40 chilometri da quelle americane. 24 Aprile - Berlino ormai circondata, tutti i sobborghi sono in mano dei Russi. 25 Aprile - Gli Alleati hanno occupato La Spezia, Modena, Ferrara ed hanno oltrepassato il Po in diversi punti. 27 Aprile - Hanno arrestato Mussolini e Farinacci, mentre tentavano di fuggire in Svizzera. Sono stati pure arrestati il generale Graziani, Pavolini, Starace ed altri. La Germania ha offerto la pace incondizionata agli Stati Uniti ed alla Gran Bretagna, ma Londra e Washington hanno risposto che non si può parlare di armistizio finché la stessa proposta non sia fatta anche alla Russia. 30 Aprile - Mussolini, Farinacci e Pavolini sono stati giustiziati. Il maresciallo Tito è entrato a Trieste. 3 Maggio - Anche Hitler è morto, non si sa bene se di emorragia cerebrale o se si è suicidato, certamente non era al suo posto di combattimento, come voleva far credere la Germania. Finalmente i due più feroci antisemiti sono morti! 4 Maggio - In Italia la guerra è finita. I tedeschi si sono arresi incondizionatamente e sono cessate le ostilità fino dal mezzogiorno del 2 maggio. Ma in Germania si combatte ancora, anche se ormai Berlino è già caduta.
In Comunità venimmo a sapere che erano stati organizzati dei campi di raccolta per i superstiti ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio (campi di sterminio? ma non erano campi dove venivano riuniti gli ebrei di tutta Europa per lavorare?). Questi campi di raccolta, tre in tutta Italia e organizzati dalla brigata ebraica che aveva combattuto a fianco dell’esercito inglese, in realtà erano campi clandestini per accogliere gli ebrei che volevano andare in Palestina (allora protettorato inglese). Subito riemerse in noi il grande sogno: Israele, la Terra Promessa, uno Stato Israeliano, dove nessuno avrebbe in seguito osato mettere in discussione la purezza della razza, sia che fosse ariana o non, e dove “sporco ebreo” non poteva che avere un unico significato: “Lavati, sudicio!”. Io e mio fratello Walter decidemmo così di iniziare una nuova vita: lasciammo i nostri genitori a Firenze e ci recammo a Roma…
A Roma c’era il primo raggruppamento. Naturalmente i reduci dai campi di sterminio avevano la priorità assoluta. Non ho parole per descrivere lo stato fisico e psicologico di quella gente nonostante i primi soccorsi da parte degli americani e russi, e i primi aiuti della Joint. Tutti avevano un numero tatuato al braccio. Cominciammo ad avere testimonianze terrificanti. In Palestina c’era bisogno di manovalanza e braccia forti e robuste, ma lì c’era ben poca forza, dire che erano derelitti umani non rende lontanamente l’idea. Per prima cosa era necessario nutrirli e curarli; dovevano rimettersi in forze, almeno quanto bastava per affrontare il viaggio successivo. Non sapevamo nemmeno se gli inglesi ci avrebbero permesso di sbarcare. Intanto noi dovevamo imparare la lingua ebraica e impratichirsi a lavorare la terra. Uno di questi campi era situato a Bitetto, in provincia di Bari; e proprio là io e Walter fummo trasferiti, con un camion militare con tanto di stella ebraica che ci portò a destinazione. Fu in quel campo che conobbi la donna della mia vita: Sara. Mediamente eravamo meno di 100 anime, dei quali una trentina italiani, il resto… di tutto un po’: francesi, belgi, rumeni ecc., ma la maggioranza erano polacchi. Tutti con una storia da raccontare, tutti meravigliati di essere ancora vivi; ci sentivamo come dei graziati dal destino. ll mantenimento del campo dipendeva da noi, dal nostro lavoro. In un momento di crisi economica, ci mandarono persino a scaricare bombe inglesi di 120 kg. l’una. Periodicamente poi gruppi di giovani venivano mandati in Palestina, sempre in forma clandestina. I reduci dei campi di sterminio avevano, come già detto, la precedenza assoluta e, siccome ne arrivavano regolarmente, il turno del nostro gruppo italiano non arrivava mai. Stanchi di aspettare e impazienti di agire, parlammo col comandante del campo, ma questi ci rispose seccamente che i suoi ordini erano perentori: precedenza assoluta ai reduci dei campi di sterminio: “Ha più diritto uno di loro che tutti voi messi insieme!” - aggiunse. Decidemmo così di tornare alle nostre case usufruendo del servizio di uno dei camion che aveva portato i nuovi al campo e che tornava vuoto a Roma.
Mentre Walter proseguì per Firenze, dove si era stabilito temporaneamente il resto della famiglia, io mi fermai a Roma per conoscere la famiglia di Sara.
ll mio futuro suocero mi propose subito di rimanere da loro con molte possibilità di lavoro, ma io ero impaziente di rivedere i miei perciò insieme alla mia futura moglie, li raggiunsi. Era finalmente arrivata l’ora di tornare a casa! Con mezzi di fortuna e dopo due giorni di viaggio, raggiungemmo Mantova. La nostra abitazione non esisteva più. Anche il laboratorio era stato saccheggiato, il portone d’ingresso sfondato e dentro non era rimasto più niente. La Comunità Israelitica, che aveva già ripreso la sua attività, ci venne in aiuto offrendoci, provvisoriamente, una soffitta per abitarci ed una stanza a piano terra per la bottega, in Via Gilberto Govi 11. Si! proprio nell’ex campo di concentramento, tornato ora nella sua giusta funzione. Il laboratorio non era altro che la “cella” dei momenti più tristi. Rimessa in ordine, l’attrezzammo al nostro scopo. Il lavoro non mancava e la via della ricostruzione era ormai iniziata. Mi era rimasto nel cuore ancora un desiderio di vendetta per chi aveva cagionato tanto dolore e, contemporaneamente, gratitudine per Mario, l’amico che in un momento così tragico e pericoloso, ebbe il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita nel confidarmi ciò che, purtroppo, avvenne a pochi giorni di distanza. Lo cercai più volte presso la questura centrale di Mantova, dove allora prestava servizio, ma non riuscii a rintracciarlo. Era stato trasferito più volte in posti diversi, ma non ho mai avuto notizie precise. La mia impressione fu che non vollero intenzionalmente dirmi dove fosse finito per paura di una eventuale ritorsione. I momenti erano brutti, e tutto era possibile, dopo la guerra ci furono molti regolamenti di conti, non sarebbe stato il primo nè l’ultimo di questi casi. Era tale la voglia di riabbracciarlo e ringraziarlo ancora una volta che, anni dopo, scrissi pure a Enzo Tortora, quando alla televisione conduceva “Portobello”, nella rubrica “Dov’è”, ma non ebbi alcuna risposta. In effetti se sono ancora vivo lo devo alla mia mamma, ma l’intenzione c’era, ed è questo che conta. Rimaneva ancora un capitolo da chiudere definitivamente: dovevo rintracciare il Martiradonna. Era un desiderio che mi rodeva dentro. Mamma si era accorta della mia smania e mi esortava a desistere “Ringraziamo Dio che siamo tornati tutti sani e salvi, la miglior vendetta è il perdono!” Ma non riuscì a convinvermi. Dopo una piccola indagine, riuscii a trovarlo.