Con me volle venire anche mio fratello. Suonai alla porta…
La porta si aprì e apparve una signora in evidente stato di gravidanza. - C’è il signor Martiradonna? - Non c’è, ma dovrebbe rientrare presto. Chi lo desidera? - Non importa, torneremo più tardi. Deluso, riprendemmo la strada del ritorno ma, proprio all’angolo di Via Orefici…LUI! faccia a faccia, il caro ragioniere! - Ma guarda chi si vede, sembra proprio un segno del destino! Mi fissò a lungo, cercando di mettere a fuoco la mia immagine, poi esplose fragorosamente:- William! sei tu William vero? Come stai? - Io sto bene, ma chiedilo anche a quelle 53 persone che non sono più tornate. Non le hai sulla coscienza? Il Martiradonna cominciò a piagnucolare che non aveva colpa, che quelli erano i comandi, che doveva eseguire gli ordini… Che codardo! lo interruppi urlando - La malvagità non si ordina, bisogna nascere cattivi, era scritto nel tuo animo pusillanime. Approfittando della tua autorità, sei stato perfido con quelle povere persone anziane, con tutte le tue angherie, i soprusi, i maltrattamenti… - No, no, ti prego - intervenne cercando di placarmi - Non farmi del male, mia moglie aspetta un bambino, ti prego non farmi del male. Col cervello in fiamme, mi passò davanti agli occhi l’immagine delle cinquantatre vittime che mi sussurravano “non farlo, chi sei tu per decidere la vita o la morte? Il suo Giudice è D-o” Mi calmai. Con fredda determinazione stimolai le ghiandole salivari accogliendo in bocca tutta la saliva possibile e gli sputai in faccia dicendo “Vali meno di questo!” In seguito fui criticato dai parenti delle vittime; si aspettavano qualcosa di più concreto. Ma credo di aver agito giustamente, non è stata vigliaccheria.
OTTOBRE Il lavoro non mancava, un tetto c’era, perciò con la mia fidanzata stabilimmo la data del matrimonio. Non avevamo nessun mezzo per comprarci un vestito decente, tanto meno per organizzare i festeggiamenti, ma ancora una volta la Comunità ci venne in aiuto. Essendo il nostro il primo matrimonio ebraico, dopo la fine della guerra, celebrato nel piccolo Tempio di Mantova (il grande era stato distrutto nel ‘36 per ragioni di rifacimento del piano regolatore), ci organizzarono tutto: dalla coperta di un soldato americano ricavarono la stoffa per l’abito da sposa confezionato da ben quattro abili mani, e un amico mi donò un completo “fumo di Londra”. Provvidero pure per un magnifico rinfresco, invitando i pochi sopravvissuti della nostra Comunità. Ormai ansioso di arrivare alla data stabilita, il 28 ottobre, non pensavo certo alla sorpresa che mi arrivò prima del fatidico giorno. Ventiquattro ore prima del matrimonio, un giovane emaciato e con gli occhi alterati si presentò alla portineria della Comunità chiedendo di Sara. Era Mario, “promesso” a Sara sin da quando erano bambini e del quale nessuno aveva più avuto notizie da quando era stato deportato in un campo di sterminio. Aveva affrontato il viaggio Roma-Mantova per riprendersi la sua ragazza. Sara arrivò di corsa sperando di avere notizie del fratello, anche lui deportato. Purtroppo Mario non ne sapeva niente, aveva un solo pensiero: portare via colei che riteneva ancora la sua ragazza! Mi chiamarono immediatamente, ed io raggiunsi i due che stavano discutendo animatamente. Il terribile passato ad Auschwitz era evidente nel volto e nell’ agire del giovane; mostrava spesso la pistola che portava sempre con sé; sembrava che solo toccandola ogni tanto, riuscisse a sentirsi più sicuro. Con molta calma e tenendo sempre d’occhio il dito che in quel momento stava fisso sul grilletto dell’arma, cercai di farlo riflettere sul fatto che, pur rendendomi conto del suo dolore, ormai le cose erano cambiate, e che Sara, credendolo morto, si era ritenuta libera di farsi una famiglia. Come D-o volle, riuscii a convincerlo a tornarsene a casa.
1946 Dopo il matrimonio, però, mia moglie non riusciva proprio ad adattarsi al clima di Mantova, decidemmo così di trasferirci a Roma, dove trovai subito lavoro. Finalmente le cose sembravano mettersi per il meglio, a 22 anni mi ero unito con la donna che amavo, avevo un lavoro stabile e già pensavo di allargare la famiglia con qualche…elemento.
Ma la mia esistenza doveva subire un ulteriore cambiamento. Una bella mattina infatti mi arrivò la cartolina rosa: dovevo presentarmi al distretto militare.
Fu un colpo inaspettato; ieri ero un cittadino di seconda classe, neppure degno di prestare il servizio militare, oggi invece, in un momento di ricostruzione della mia vita e della mia dignità, nonostante il certificato di matrimonio, mi obbligavano a servire la Patria, che proprio non mi sembrava meritevole di tanto sacrificio, dopo tutte le sofferenze passate. Il 5 agosto 1946 fui dunque, mio malgrado, arruolato all’ottavo C.A.R. di Orvieto. Durante il CAR, l’ufficiale tenente di artiglieria Arduino, selezionò una trentina di ragazzi per trasferirli presso la direzione d’artiglieria di Roma; per fortuna io ero tra questi, avrei così potuto vedere mia moglie più spesso.
Arrivati alla capitale, ci riunirono in un cortile e, sull’attenti, ascoltammo il lungo discorso del tenente: in sintesi cercava dei volontari artificieri. Non sapevamo nemmeno cosa significasse la parola artificiere, né di cosa si trattasse, perciò chiedemmo spiegazioni: la risposta quasi noncurante dell’ufficiale fu: “Dovrete andare a bonificare il terreno dalle mine e bombe inesplose e neutralizzare il materiale pericoloso lasciato dall’esercito in ritirata”. Ci trovammo di fronte ad una scelta: o fare l’artificiere, o l’attendente per un ufficiale. Ci fu immediatamente un rifiuto generale, ma il tenente ci convinse che, con un adeguato corso, l’operazione era meno pericolosa di quello che poteva sembrare. Fu così che iniziai l’ottavo corso di artificiere presso la direzione d’artiglieria di Roma, come testimonia il mio attestato di congedo, della durata di tre mesi. Era un corso severissimo, in cui gli ufficiali si impegnavano a renderci responsabili dell’importante compito che dovevamo assumere, atto a salvare tante vite. Arrivammo così al temuto giorno dell’esame. Avevano preparato, in mezzo alla stanza, un tavolo di circa otto metri pieno di materiale bellico di ogni genere e di ogni provenienza. L’esame consisteva nel riconoscere e descrivere minuziosamente ogni pezzo selezionato, non erano ammessi errori. La selezione fu durissima, ma io superai brillantemente la prova. Il giorno dopo ci portarono direttamente alla località “Campo Leone” nelle vicinanze di Roma. La nostra attrezzatura consisteva in un’asta con disco magnetico, il sonar alle spalle come uno zaino, e le cuffie. Dovevamo rastrellare le zone battute dalle forze armate nemiche o alleate, rimuovendo o neutralizzando qualsiasi materiale esplosivo. Dovevamo inoltre intervenire, in caso di segnalazione presso la direzione.
La vita di artificiere si rivelò ben presto essere una vera pacchia! Ottima paga (duemila lire al mese), molte agevolazioni (bastava esibire la tessera di artificiere e molte porte si spalancavano, come ad esempio le sale dei cinema e teatri), ma soprattutto, ed era ciò che a me interessava, potevo andare tutte le sere da mia moglie fino a mezzanotte!
Purtroppo una di quelle sere mi addormentai nel lettone e rientrai in caserma alle sette del mattino. Sfortuna volle che all’entrata incontrai il mio superiore, tenente Mazzola, che mi chiese spiegazioni; scusandomi spiegai l’incidente. Il tenente mi ordinò di indossare la divisa e di presentarmi nel suo ufficio immediatamente, cosa che feci di corsa con una certa apprensione Entrai nel suo ufficio, c’erano due scrivanie: in una ci lavorava il sergente maggiore Ronconi. Io mi posi sull’attenti davanti all’altra scrivania, ove mi attendeva il tenente Mazzola. Tutto mi aspettavo tranne quello che sentirono le mie orecchie. -Tu sei ebreo? - mi chiese con disprezzo e odio, alla mia risposta affermativa aggiunse “Davvero? Allora ti dico che Hitler non ha fatto abbastanza contro di voi, perché doveva sterminarvi tutti!”. Vi lascio immaginare come ci rimasi; per lui sei milioni di ebrei mandati alle camere a gas, non erano dunque sufficienti… Ero fuori di me, che vigliacco e codardo! vigliacco perché approfittava del suo grado e della sua divisa per rivolgersi in quel modo ad un semplice soldato in condizioni di non poter reagire e difendersi, codardo perché nemmeno la più incosciente persona umana al mondo avrebbe pronunciato una frase del genere; le persecuzioni erano terminate solo da un anno…e questo era un ufficiale che rappresentava l’esercito italiano!!!!! Il mio primo istinto fu di prenderlo per il colletto, ma mi ricordai della divisa che portavo, così risposi: “Lei può dire ora quello che vuole, ma si ricordi che quando avrò il congedo in mano la prima cosa che farò, sarà quella di andare al tribunale militare per denunciarla”. -Davvero? - mi rispose con aria sprezzante - Allora, ti bastano cinque giorni di cella di rigore? -Lei ha l’autorità di fare quello che crede. -Sergente maggiore Ronconi, lo porti in cella - tuonò il tenente verso l’altra scrivania. Mi ritrovai così in prigione, proprio come quando mi arrestarono per le leggi razziali pochi anni prima… che strana la vita!
Seduto nella mia cuccia, ribollivo d’ira, quando udii il rumore del catenaccio alla porta, ed entrò il tenente Arduino. -Ma cosa mi hai combinato Levi!- urlò fuori di sé. Mi sfogai con lui e gli raccontai l’accaduto. Il tenente mi ascoltò attentamente, ma quando gli confidai la mia determinazione di denunciare il ten. Mazzola, contando sulla testimonianza del sergente maggiore, mi disse: -Fai conto che io in questo momento non abbia la divisa, sono solo un tuo amico; ascolta il mio consiglio, dimentica completamente l’incidente, evita il più possibile il ten. Mazzola, tanto quando avrai il congedo in mano, sarai talmente felice che non metterai certamente in atto la tua minaccia, e ricorda una cosa: tra cani non si mordono. -Ma non è possibile, nemmeno con il testimone? -Chi è il testimone? -Il sergente maggiore Ronconi! Era presente e ha sentito tutto! -Va bene, allora stai ben attento, questa è la prima lezione - borbottò paziente, poi, girandosi verso il capoposto gli ordinò di chiamare il Ronconi, che arrivò pochi minuti dopo. -Comandi sig. tenente - disse il sergente maggiore sull’attenti. -Racconta cosa ha detto il tenente Mazzola a Levi. -Io non so niente, non ho sentito niente, ero concentrato sul lavoro che stavo svolgendo sig. tenente! -Ho capito, vada pure - lo congedò il tenente poi, guardandomi dritto negli occhi -Hai visto Levi? A maggior ragione succederebbe la stessa cosa in un tribunale militare! La mia prima lezione mi fu subito chiara.
Scontati i cinque giorni di prigione il ten. Mazzola mi chiamò di nuovo nel suo ufficio. Lo trovai comodamente seduto, mano alla guancia, espressione quasi perplessa. - Sai - mi disse con un sogghigno - Stavo pensando… preferisci andare in distaccamento a Gaeta o in Sardegna? - Come lei comanda sig. tenente. - Uhm, vediamo un po’… diciamo Gaeta, ti sta bene? - Faccia lei. E fu così che mi trasferì al distaccamento di Gaeta. Una cuccagna! Vi trovai altri quattro commilitoni e simpatizzammo subito. Ci avevano sistemati in una stanza di una vecchia tipografia abbandonata, i pasti si consumavano nella caserma della marina, nessun controllo, nessun orario, c’era persino chi si portava le donne in camera, sembrava di essere in vacanza! Passati quindici giorni mi ordinarono di presentarmi al Colonnello. Fu una sorpresa, nessuno di noi sapeva dell’esistenza del Colonnello, nessuno dei quattro commilitoni aveva mai ricevuto l’ordine di presentarsi da nessuna parte. Sull’attenti, davanti alla scrivania del Colonnello, potevo vedere la mia cartella personale, aperta. Mi chiese subito la dinamica dell’accaduto, ed io, ormai placata l’ira, raccontai tutto con molta calma. ” - Ho capito - mi rispose - domani mattina mettiti la tua divisa di libera uscita e preparati a tornare a Roma con me. Ancora oggi mi chiedo come mai il Colonnello si interessò al mio caso, portandomi addirittura con lui nel tragitto di ritorno.
Arrivati al comando della direzione d’artiglieria caso volle che entrando incontrammo proprio il ten. Mazzola; il colonnello lo chiamò invitandomi nel contempo di allontanarmi. Li osservai attentamente, orecchio teso, ma non afferrai nemmeno una parola, vedevo solo il Mazzola assentire sempre con la testa, sull’attenti. Quando si salutarono il Colonnello mi avvisò che la mia punizione era terminata e che potevo ritornare al mio posto. Lo ringraziai riconoscente e ripresi il normale servizio.
Voglio credere che sia stata solo una sco…ata in più con mia moglie la sola causa della mancata promozione a caporale maggiore che tutti i compagni della mia squadra avevano automaticamente ottenuto. In quel momento non me la presi più di tanto, già pensavo alla sorpresa che avrei fatto a mia moglie. Molto potrei raccontare sul periodo della mia vita di artificiere, costellata da momenti drammatici ma anche storielle divertenti. Un giorno avvistammo una casa colonica dove un contadino teneva sulla finestra in bella mostra una granata 105; l’ogiva aveva urtato un oggetto duro e aprendosi aveva lasciato allo scoperto il percussore a una distanza millesimale dalla spoletta: sarebbe bastato un colpo di vento per farla esplodere, e il comico (o tragico?) era che lo zotico, ignorando il pericolo, vi aveva inserito un fiorellino profumato. La speranza era che la ruggine, formata col tempo, avesse bloccato il percussore. Dopo un minuzioso esame uno di noi (volontario) prese con molta precauzione l’ordigno e lo adagiò nel “fornello”: una buca in terra. Lo coprì con polvere esplosiva, brevemente chiamata “T4” e vi inserì una capsula collegata alla miccia che finiva a vari metri di distanza dal fornello. Il volontario accese la miccia e si allontanò di corsa. L’operazione terminò con una grande esplosione. Per dimostrarci la sua riconoscenza il contadino offrì a tutti salumi, pecorino, pane casalingo e buon vino. Purtroppo però ci furono anche episodi con tragico epilogo. Il gruppo era formato da due squadre: la nostra, una quindicina in tutto, ed una civile, con venti elementi. Operavamo ad una distanza di alcune centinaia di metri e, ad ogni avvistamento di qualsiasi materiale esplosivo, ordine perentorio era che solo e soltanto uno di noi poteva avvicinarsi, ma nel momento in cui si faceva esplodere la mina, un collega doveva assistere chi accendeva la miccia per aiutarlo ad allontanarsi in caso di qualsiasi difficoltà, mentre gli altri dovevano mettersi al riparo prima. Un giorno un ragazzo della squadra civile avvistò una mina anticarro calpestata di striscio e non esplosa. Dimenticando gli ordini, chiamò quattro dei suoi compagni vicino a sé. Fu un’apocalisse: una esplosione tremenda echeggiò nel silenzio della campagna facendoci sobbalzare di colpo. Purtroppo cinque dei nostri colleghi non esistevano più; i loro corpi erano completamente dilaniati. Fu una dura e indelebile lezione per tutti. Ma c’erano anche momenti di allegria. Una volta incontrammo due boscaioli che, con grande fatica, stavano abbattendo con le accette un grosso albero secolare. Offrimmo loro il nostro aiuto, bastava solo che facessero un foro alla base dell’albero, largo 30 centimetri circa e profondo altrettanto, al resto avremmo pensato noi. Naturalmente i boscaioli accettarono con grande entusiasmo. A foro ultimato, ci infilammo una capsula con quattro saponette di tritolo precedentemente preparate per lo scopo, la collegammo a una lunga miccia ed infine chiudemmo ermeticamente la fossa del tronco lasciando fuori la miccia, che l’operatore di turno accese per poi allontanarsi di corsa col collega assistente raggiungendoci al riparo. L’esplosione secca e potente sradicò il grande albero al pari di uno stuzzicadenti. Come spesso accadeva, anche stavolta ci ringraziarono con formaggi, salumi e vino per tutti. Una volta invece un sacerdote informò la direzione che nel suo aranceto c’era una bomba d’aereo di 120 chili. Fummo immediatamente chiamati per l’intervento. La bomba era incastrata nel terreno e la nostra prima attenzione fu tutta per l’ordigno. Dovevamo decidere se rimuoverlo o farlo esplodere sul posto col solito fornello. Ma c’era un’altra cosa che attirò i nostri sguardi: i rami degli alberi stracolmi di magnifici aranci. Il sacerdote, seguendo la direzione dei nostri occhi, cercò immediatamente di tutelare il suo tesoro avvisandoci che quegli aranci non erano buoni da mangiare ma servivano solo per la semina. Ci concentrammo quindi sul nostro lavoro; non era complesso e nemmeno troppo pericoloso, bastava disinnescare l’ordigno svitando con molta cautela la spoletta dall’ogiva e avremmo così potuto caricare tranquillamente la bomba sul camion. Mentre si decideva la dinamica dell’operazione un nostro collega assaggiò non visto un’arancia e, al primo morso, ci fece vistosamente cenno con la mano che era ottima. A quel punto il sotto ufficiale comandò al sacerdote di allontanarsi, in quanto lui era responsabile della incolumità di tutti, civili compresi. Terminato il nostro lavoro ci silurammo sugli aranci nascondendoli dentro i pantaloni alla zuava. Eravamo talmente appesantiti che nessuno di noi riusciva più ad issarsi sul camion da solo… Naturalmente quando tornò il sacerdote si accorse subito del furto, ma fece buon viso a cattivo gioco esclamando: “Ehhh… benedetti figlioli!!!”. Un altro giorno ci chiamò la direzione d’artiglieria: dovevamo recarci a Nettuno perché avevano avvistato un siluro inesploso in riva al mare. Ci recammo sul posto, e quello che si presentò ai nostri occhi ci lasciò per qualche attimo paralizzati dal terrore. Era un ordigno di matrice americana di circa 8/9 metri di lunghezza, con una circonferenza di circa 50/60 cm. Mancando il bersaglio si era conficcato per alcuni metri sul bagnasciuga senza incontrare ostacoli sufficientemente consistenti per farlo esplodere. Ci avvicinammo con molta cautela e constatammo che sul dorso si vedevano perfettamente due spolette elettronicamente collegate l’una all’altra e, probabilmente, ce ne dovevano essere altre, oltre a quella dell’ogiva. Per questo tipo di spolette, l’urto di contatto deve essere superiore a più di un quintale, mentre per le bombe anticarro occorrevano 100 chili e per una mina ne bastano pochi. In questo caso quindi c’era un certo margine di sicurezza. Cominciammo, con arnesi adatti, a scavare e togliere tutta la sabbia attorno scoprendo anche le altre spolette, sempre collegate elettronicamente una all’altra e pronte ad entrare in azione in caso di un forte urto. Proseguimmo, con molta cautela, con lo svitamento che, con olio speciale adatto all’uso, effettuammo con pochissima difficoltà. Terminato questo delicatissimo intervento, venne chiamata l’auto-gru che se lo portò al deposito. Il 27 agosto 1947 finiva il mio periodo di ferma, ma a quanto pare avevo ancora una possibilità: ai congedanti veniva offerto di continuare il lavoro come artificiere con uno stipendio mensile di quattromila lire al mese! Una cifra da capogiro se si pensa che la decade del militare semplice era di 45 lire e il militare artificiere di 2.000 lire mensili… Naturalmente presi tempo perché volevo parlarne con mia moglie, ma Sara non volle nemmeno discuterne. La allettai dicendole che avrei potuto svolgere quel lavoro per qualche anno, lo stretto necessario per comprarci una casa (a quei tempi con 5.000 lire si poteva acquistare un discreto appartamento), ma non riuscii a convincerla, anche se era ben consapevole dei problemi economici ai quali saremmo andati incontro. Per lei il lavoro era troppo pericoloso: meglio la fame che la vedovanza!! Tornammo così a Mantova e come previsto fu un periodo davvero delicato, una lotta contro la miseria, non riuscivo a trovare un lavoro decente, e quasi tutti i miei amici erano nelle stesse condizioni. Un giorno mi chiamarono dalla Comunità ebraica per informarci che se avevamo ancora l’intenzione di partire per la Palestina, esisteva un campo clandestino (sempre sotto-forma di campo profughi) per preparare i giovani disposti a trasferirsi. Nonostante le proteste di mia moglie, mi parve la soluzione migliore e finalmente la realizzazione dei miei sogni. Partimmo da Mantova in cinque: io, mio fratello Walter, Gustavo Tedeschi, figlio del segretario della comunità, Jarel Dante e Gilberto Mantovani. Destinazione: la Comunità di Milano. Appena arrivati ci trasferirono ad Anzano del Parco, e ci presentarono al Comandante del campo, un palestinese Capitano della Brigata Ebraica, il quale ci informò che ci trovavamo in un ex convento di frati che ora risultava un campo profughi, ma in realtà lui era addetto a reclutare giovani volonterosi pronti a dedicare tutte le loro energie per ottenere l’indipendenza dello Stato Ebraico. Ci fece ben presto intendere che dovevamo essere disposti a tutto, a lavorare e, se necessario, anche a combattere. Per questo dovevamo imparare la lingua, essere addestrati adeguatamente sia per la difesa che, all’occorrenza, all’offesa; infine ci aggiornò sulla situazione ultima della Palestina.
La Gran Bretagna voleva mantenere il protettorato, e non aveva alcuna intenzione di far nascere lo stato ebraico più volte promesso. Bloccava l’immigrazione degli ebrei (aveva impedito addirittura lo sbarco di 4.500 reduci dai campi di sterminio nazisti, giunti davanti alla costa), mentre elementi della Rivolta Araba (contro l’immigrazione e l’acquisto di terreni da parte di ebrei) assassinavano centinaia di ebrei distruggendo le sinagoghe e cercando di mettere fine alla permanenza della comunità ebraica. Per contrasto operavano due organizzazioni ebraiche di difesa e di resistenza clandestina, necessarie poiché il governo britannico del momento dava corda alle sommosse arabe. Inoltre la Palestina era una terra arida, un deserto sterile che gli ebrei locali cercavano disperatamente di rendere fertile. Dunque, dovevamo essere in grado di difenderci e difendere le colonie già insediate, con le poche armi che le organizzazioni di resistenza riuscivano a racimolare di nascosto, inoltre studiare la lingua e apprendere tutte le nozioni necessarie per la coltura di una terra riarsa e ostile. La giornata era così articolata: alle ore otto si cominciava con un’ora di lezione di lingua ebraica, una di coltivazione, una di corsa intorno al convento, poi un’ora di lotta, a seguire una di boxe, un’altra di salto in alto e salto in lungo, un’ora di machel (un bastone lungo circa 50/60 cm di legno duro che normalmente gli arabi portavano di nascosto sotto la manica della tunica), infine due ore di addestramento con la corda ed il percorso di guerra. Come se non bastasse, di notte ci svegliavano per un’ora di istruzione sulle armi. Passarono così alcuni giorni, continuando sempre ad allenarci. Poi, una notte, mentre facevamo istruzione sulle armi, mi venne in mente che, nell’ultima scaramuccia fatta contro i tedeschi con gli amici partigiani, io e mio fratello Walter avevamo recuperato delle armi: cinque luger e quattro mitra, che avevamo sotterrato a Sanbuca Pistoiese. Lo riferii al comandante. - Davvero avete delle armi? Ne abbiamo un disperato bisogno! Andate immediatamente a recuperarle, avete due giorni di permesso.
Io e Walter partimmo immediatamente. A quei tempi i mezzi di trasporto erano rari, e per di più quei pochi e scomodi che c’erano, collegavano soltanto i centri più importanti. Ma grazie all’aiuto di qualche volenteroso con la macchina (a dir la verità rari anche quelli) e, soprattutto, grazie alle nostre giovani gambe, riuscimmo a raggiungere la meta.
Recuperammo le armi portatili dei tedeschi. Le avevamo sotterrate in una cassetta di legno ben oleata e avvolte nel naylon pronte all’uso. Le ritrovammo ancora perfettamente funzionanti, e le nascondemmo all’interno di due vecchie valigie legate con lo spago per rendere più convincente la nostra commediola di emigranti dal sud in cerca di fortuna. Il più era fatto, ma il ritorno alla base era la parte più faticosa (non so dire il peso, ma era molto), e la più pericolosa; a quei tempi, chi veniva trovato in possesso di armi, infatti, subiva l’immediata carcerazione. Come D-o volle, tutto filò liscio e, dopo la rocambolesca avventura, fummo ripagati con i mille complimenti e ringraziamenti del nostro capitano, che ci accolse come due veri e propri eroi. Dopo una settimana circa avvenne quello che segnò per sempre la mia vita. Eravamo in esercitazione, come tutti i giorni, quando da lontano vidi arrivare due figure di donne che si avvicinavano con passo spedito verso di noi; una della due era mia moglie. Non mi salutò nemmeno ma si avventò letteralmente sul primo capitato, pretendendo e ottenendo di parlare con il comandante del campo.
Divieto assoluto di entrata per gli estranei??? Bazzecole per quelle due carabiniere! Niente e nessuno riuscì a convincerle di tornare a casa. Con loro non funzionarono intimidazioni o persuasioni di sorta anzi, dopo numerose e accese richieste, le mogli infuriate ottennero dal comandante in persona di congedarci, anche perché le due minacciavano di rivolgersi alle autorità competenti per rivelare che quel luogo non era un campo profughi ma un campo di addestramento di giovani ebrei che venivano preparati clandestinamente a partire per la Palestina. Fu così che Gilberto Mantovani ed io fummo chiamati dal capitano e, seppur dispiaciuto, ci comunicò che avremmo dovuto lasciare in fretta il campo poiché non potevano permettersi il pericolo di una denuncia: le conseguenze potevano essere disastrose. Anche mio fratello decise di rinunciare all’impresa e tornò con noi a Mantova. Ci ritrovammo, come prevedibile, nelle stesse condizioni di prima: in grandi difficoltà per trovare un lavoro qualsiasi. La situazione non era certo migliorata. Ci voleva un colpo di fortuna…che arrivò con la moglie fiorentina di mio fratello. Essa difatti, tramite un suo parente, trovò un posto di lavoro al marito presso una fabbrica di falegnameria e legno compensato. Walter partì immediatamente alla volta di Firenze cogliendo l’occasione al volo e, dopo poco, mi scrisse che potevamo raggiungerlo avendo trovato un posto di lavoro anche per me! E così fu: all’inizio trovammo ospitalità presso EMMA BELGRADO OSMO, vedova con tre figli, il marito era stato deportato in un campo di concentramento. Successivamente trovai un impiego presso la Sisal che ci permise di comprare un appartamento nel quale stabilirci definitivamente. E’ così che dal 29 ottobre 1949 ci stabilimmo a Firenze, e al momento, ottobre 2004, io e mia moglie Sara siamo ancora presenti all’appello e in attesa di festeggiare il nostro cinquantanovesimo anniversario di matrimonio. ********** Ho riletto attentamente la seconda parte del mio diario ed ho avuto l’impressione di averlo scritto con esagerata ironia e leggerezza. Non voglio assolutamente atteggiarmi da eroe, ma è evidente che ci sono stati alcuni passaggi della mia vita che, ripensandoci, davvero mi vengono i brividi. Anche nel periodo del militare. Pura incoscienza dei vent’anni? dopo quello che avevo passato, invece di essere felice per lo scampato pericolo e per la fortuna di aver trovato l’amore, sono stato davvero incosciente a fare l’artificiere. Devo ammettere che la decade, a quei tempi, era più che allettante: la retribuzione di un militare semplice non era certamente sufficiente per vivere, e dipendere dai miei suoceri, che già avevano tanti figli a carico, era pura follia. La paga dell’artificiere, come già detto, era di 2000 lire al mese e questo, sicuramente, è stato il più che valido motivo che mi ha spinto ad accettare la proposta. E’ assurdo ora ripensare a quante volte ho rischiato la pelle ben 57 anni fa. E’ andata bene e basta. Avrei potuto raccontare molte altre avventure di quel periodo, ma non hanno più un senso. Inoltre, il mio era l’ottavo corso del momento, dunque chissà a quanti, prima o dopo di me, saranno capitati guai! Perdonatemi, però l’ultima la voglio raccontare, perché per me è stata una soddisfazione immensa. Dipendendo dal distretto militare di Mantova, quando ricevetti quindici giorni di licenza ordinaria, la destinazione fu casa mia, dai miei genitori. Ci andai in divisa, per diverse ragioni, ma devo ammettere che quello che mi premeva di più era di pavoneggiarmi in famiglia e tra i miei amici. Ero orgoglioso della fiamma color gialla e rossa che portavo alla manica della giacca, aveva un inequivocabile significato: Artificiere. Proprio scendendo dal treno, alla stazione ferroviaria, incontrai due amici i quali, dopo i calorosissimi saluti, mi chiesero cosa significasse quella vistosa fiamma sulla manica. Orgoglioso, spiegai il significato e, come mi aspettavo, si complimentarono con me.
In quel momento stavamo camminando sotto i portici della città, quando da lontano vedemmo avvicinarsi un colonnello con a fianco due maggiori. I miei amici colsero subito al volo l’occasione per sfottermi bonariamente: - Se, se, intanto ora devi metterti sull’attenti e salutare, e devi dire Signorsì! Io, con la spavalderia dei vent’anni, risposi:- Io non saluto proprio nessuno! Intanto le distanze si stavano ravvicinando e quando mi ritrovai davanti a loro li ignorai fingendo di discutere animatamente con i miei compagni. Fatti alcuni passi, il colonnello mi chiamò. Mi girai, sull’attenti:- Comandi signor colonello! - Ora dimmi che non ci hai visti, o non sai che il saluto ai superiori è obbligatorio? Ormai ben conscio della gravità del fatto, farfugliai la prima scusa che mi venne in mente, cioè che forse ero ancora euforico per la mia prima licenza e che ero appena arrivato da Roma. - Ah sì? E allora fammi vedere la licenza! La mostrai immediatamente e lui la lesse molto attentamente poi, guardandomi negli occhi, disse: - Leggo qui che tu sei artificiere e che state bonificando tutta la zona limitrofa di Mantova… - Signorsì - risposi, sempre sull’attenti. - Lavoro durissimo e pericoloso - proseguì lui, poi - Bravo, bravo, si vede anche dalla fiamma sulla manica della divisa… vai, vai pure - e, battendomi una mano sulla spalla, soggiunse con un sorriso - Però ricordati che i superiori vanno salutati! Mi congedai scattando sull’attenti e, ritornando dagli amici con aria trionfante, dissi orgoglioso:-Avete capito cosa significa essere artificieri? Per me fu una soddisfazione impagabile. WILLIAM LEVI