«Amricordi»
Capitolo 06

Don Bruni e la politica

Una sera invitò me e mio fratello a casa sua; doveva parlarci.

La serata fu simpatica, parlammo del più e del meno fino a quando arrivammo all’argomento tabù: la politica. Non fu difficile capire le sue idee in merito, non era fascista e nemmeno popolare (oggi diremmo democristiano); era un convinto comunista.

Cominciò toccando la materia con molta prudenza, alla fine ci confidò che era partigiano, spiegando così le sue innumerevole assenze. Stava cercando nuovi elementi per rinforzare le loro fila, quindi ci chiese a bruciapelo di unirci a loro.

“Vi assicuro che non è pericoloso” aggiunse “si tratta solo di azioni di disturbo alle truppe tedesche e fasciste, blitz notturni e rientro, organizzati da un ex ufficiale dell’esercito che, disertando, si è dato alla macchia” Ci invitò poi a seguirlo nel retro della casa. In un rustico, dietro una catasta di legna, c’era un vero arsenale: fucili, mitragliatrici pesanti, un paio di mitraglie leggere, bombe a mano, pistole, mine, candelotti esplosivi, casse di munizioni, ecc. Tutto materiale in dotazione all’esercito italiano e tedesco. Ci rivelò che quelle armi le avevano prelevate dai depositi nemici e le aveva in consegna in attesa di distribuirle ai nuovi volontari. “Mi raccomando, acqua in bocca. Vi lascio due o tre giorni per riflettere sulla mia proposta”.

Cogitabondi, sulla strada del ritorno, io e mio fratello non ci scambiammo una sola parola. Sinceramente non sono mai stato un eroe e il pensiero di imbracciare un fucile per uccidere, ancora mi raggela. D’altra parte già da un anno e mezzo si viveva da braccati, sempre con la paura di essere catturati e senza possibilità di difesa. Sono per natura un fatalista e credo che ognuno di noi abbia un destino già scritto; se dovevo morire, pensai, tanto valeva che avvenisse difendendomi. Prima di arrivare a casa, io e mio fratello decidemmo di parlarne con papà, ma avevo già preso la mia decisione…e anche mio fratello! Con mio padre discutemmo a lungo, alla fine fu categorico: O TUTTI E TRE O NESSUNO DEI TRE, stabilendo per il momento di non informare mamma.

MAGGIO 1944 L’esercito alleato era fermo sulla linea gotica, in attesa del momento propizio per scatenare l’attacco decisivo che avrebbe liberato la Toscana e parte dell’Emilia Romagna. A conti fatti si trattava di pochi mesi e, finalmente, anche la nostra zona sarebbe stata liberata. L’esercito tedesco ormai opponeva una debole resistenza, ritirandosi sempre più verso nord, ma durante la ritirata i soldati compievano rappresaglie, retate, saccheggi e distruzioni. Si diceva che interi paesi venivano annientati con massacri di popolazione inerme. Le retate erano all’ordine del giorno, gli uomini abili venivano trasferiti verso il nord e nessuno sapeva più niente di loro.

Finimmo con l’accettare l’offerta dell’amico. Contattammo Walter Bartolini detto “il francese” (nome di battaglia, forse perché nato in Francia da emigranti italiani) il quale fu molto lieto della nostra decisione ma, vedendo mio padre, rimase perplesso, ritenendolo forse troppo anziano. Poi, ripensandoci, disse che anche lui sarebbe stato utile, magari per fare la staffetta tra i punti di congiungimento; certamente avrebbe destato minori sospetti di un giovane.

Ci informò che l’indomani ci avrebbe portato dal tenente Ferrari, il nostro comandante, l’unico diretto responsabile. Intanto, la sera stessa, dovevamo fare il battesimo “del fuoco”.