Il pranzo consisteva in necci, ricotta e pecorino a volontà.
I necci, così vengono chiamati dalla gente del luogo, sono come focacce. Per prepararle si utilizzano degli appositi testi di arenaria, rotondi di circa 15 cm di diametro, spessi circa un centimetro, e poste precedentemente sul fuoco. Quando sono roventi si mette su di un testo una larga foglia di castagno, ci si cola sopra una cucchiaiata di un impasto fluido di farina (sempre di castagna) e acqua, poi un’altra foglia, altro testo rovente e così via fino a formare una pila di necci. Una decina di minuti per la cottura e…se ne possono mangiare a sazietà. In sostanza sostituiscono il pane.
Una volta finita la raccolta, essiccate le castagne ed insaccate in sacchi da un quintale l’uno, rimaneva l’immane fatica di caricarsi sulle spalle le balle e portarle a macinare al molino, situato giù a Taviano. Per far questo, si usava il basto: un cuscino imbottito di cenci in cui veniva cucito da un lato un cappuccio che, una volta infilato in testa, consentiva al cuscino di cadere sulle spalle. Questo per un duplice scopo: sostenere il peso e non farlo scivolare.
Finita la stagione, il nostro compenso fu di ben tre quintali di farina di castagna. Me lo ricordo come un incubo; la mamma ce la proponeva in tutte le salse, cucinandola in tutti i modi possibili: pane, polenta, pasta, necci, frittelle e via discorrendo. Non ho mai più mangiato castagne. Intanto era passato un altro mese tranquillo, ma la gente del paese cominciava a chiedersi come mai io e Walter non eravamo a prestare il servizio militare. Ci facevano domande insidiose, che cercavamo di eludere con risposte evasive e poco convincenti. Il nostro comportamento era disperatamente “normale”, adeguandoci agli usi e costumi del paese. La domenica, per non suscitare sospetto, partecipavamo tutti alla Santa Messa. Entrando in chiesa si tuffava la mano nell’acquasantiera e, ligi al dovere, ci facevamo il segno della croce (chissà quante volte eseguito a rovescio), e ci raccoglievamo come se pregassimo con sincera convinzione. Ma certa gente ha un fiuto particolare per queste cose, non si convince facilmente. I fatti erano evidenti; eravamo gli unici due giovani che circolavano nel paese, tutti gli altri erano militari. La nostra paura era che qualcuno, anche involontariamente, parlasse troppo, creandoci dei seri grattacapi. Anche se non avevamo scritto in fronte “ebreo”, noi sapevamo di esserlo e, come se ciò non bastasse, c’era anche il pericolo di venire arrestati come renitenti alla leva se non addirittura disertori. Per questa ragione non ci si muoveva mai dal paese. Ma un giorno…
…eravamo nella piazzetta del paese, due chiacchiere tra “compaesani”, quando una voce concitata urlò “ATTENTI ALLE PEGGORE” (attenti alle pecore). Era il segnale: una pattuglia tedesca stava risalendo la mulattiera che portava al paese, per rastrellare gli uomini abili al lavoro. Dalla nostra postazione potevamo vederli perfettamente.
In un attimo ci fu un fuggi-fuggi generale verso la macchia, anche i ragazzini e le persone di mezza età; meglio non fidarsi! Rimanemmo ben nascosti finché non arrivò la solita voce “LE PEGGORE SONO ANDATE”, era il cessato allarme. Ci ritrovammo in piazza, tutti felici per lo scampato pericolo, ma…mancava all’appello Pippo. Il poveretto stava scendendo a Taviano col solito carico sulle spalle e, probabilmente, non aveva sentito l’avviso di pericolo. Non è mai più tornato.
Questo fatto, anche se tragico, ci tranquillizzò sull’affidabilità degli abitanti del luogo; avevano avuto l’occasione di denunciarci, ma non l’avevano fatto, dimostrandoci la loro solidarietà. Certo la curiosità non si attenuò e le nostre risposte continuavano ad essere evasive e palesemente bugiarde, eravamo sempre prudenti e sospettosi, pronti a captare qualsiasi segnale dubbio, tuttavia ora ci sentivamo leggermente più tranquilli, anche se ancora non avevamo risolto il problema economico; il pensiero della sopravvivenza giornaliera non ci dava tregua.
Papà, preoccupato, ci mise al corrente che il denaro stava finendo, non sapeva come mantenere una famiglia di cinque persone, dovevamo provvedere al più presto. Dice un vecchio adagio “impara l’arte e mettila da parte”.
Con i pochi arnesi che papà aveva saggiamente sempre portato con sé durante la fuga, iniziammo a costruire dei rudimentali zoccoli, partendo da un semplice tronco d’albero. Fu un’idea luminosa: ce li ordinavano tutti! Riuscimmo a “inzoccolare” non soltanto tutti gli abitanti del paese, ma anche delle zone limitrofe. Si vendevano a 25 lire al paio, e questo ci permetteva di…MANGIARE! Poi ben presto anche quel filone si esaurì, ma ormai tutti ci conoscevano come abili falegnami, e ci chiamavano per qualsiasi riparazione. Con l’occasione si stringevano nuove amicizie e questo ci permise di abbattere quel muro di diffidenza che ci circondava. Un giorno ci chiamò il sindaco del paese, il signor Leone, per alcuni lavoretti. Finite le riparazioni, ci informò che tutto il paese sapeva di noi, ma che potevamo stare tranquilli perché gli abitanti erano dalla nostra parte. “Dalla nostra parte? Che significa?” chiese papà con aria ingenua. Il signor Leone rispose che, in quanto sindaco e quindi responsabile del luogo, aveva preso informazioni e sapeva tutto di noi, ma non c’era niente da temere, là eravamo al sicuro. Dovevamo solo essere molto prudenti con Mariano e il pievano Don Bruni. Il primo perché fascista convinto e il secondo perché simpatizzava con i maledetti “…a buon intenditor…” concluse.
Conoscevamo bene questo Mariano: aveva un figlio disperso al fronte russo e ci teneva a dirlo, poiché ne andava fiero. Ripeteva che era giusto sacrificarsi per la Patria, anche con la vita. “A morte i comunisti, evviva Mussolini!” era solito dire. Era meglio evitare un fanatico simile. Il pievano invece era più tranquillo e tollerante, anche se la domenica, in chiesa durante la predica, rivolgendosi ai parrocchiani non si dimenticava mai di inneggiare al Duce che sicuramente ci avrebbe condotti alla vittoria finale, occorreva avere fiducia e servire la Patria con tutto l’impegno e le nostre forze. Naturalmente tutto il paese diffidava di queste due persone e se ne stavano alla larga. La sera, per passare il tempo, io e mio fratello ci aggregavamo a un gruppo di anziani, sfidandoci in numerose partite a carte. Erano loro che ci chiamavano, ormai la diffidenza nei nostri confronti poteva considerarsi cosa vecchia; ci avevano accettato e ci rispettavano esattamente come gli altri. Faceva parte del gruppo anche Walter Bartolini, di circa trent’anni, che viveva a “La Capanna”, un agglomerato di poche case, vicino a Sanbuca. Non era assiduo, ogni tanto spariva per un periodo più o meno lungo, ma quando tornava era accolto festosamente da tutti, per la sua simpatia e disponibilità.