MANTOVA La mia famiglia era così composta: - papà Angelo, artigiano, ebreo
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mamma Norma, casalinga, cattolica
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mio fratello Walter, studente, ebreo
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io, studente, ebreo. Luciano nei documenti, ma William per tutti. Nel periodo fascista erano vietati i nomi stranieri ai nuovi nati, perciò fu l’impiegato del Comune a scegliere quel nome. Fatto del tutto insignificante poiché, in famiglia e per gli amici, sono e sarò sempre William
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infine la mia sorellina Giuditta, ebrea.
Papà era titolare di un laboratorio di falegnameria, con sette dipendenti. Io e Walter, fin da bambini, si circolava, oltre che tra i banchi di scuola, anche e soprattutto tra i banchi del laboratorio di mio padre. Una famiglia tranquilla, che non si occupava di politica e con il massimo rispetto per tutti. Mamma era molto religiosa, e tutte le domeniche papà l’accompagnava in Chiesa, aspettandola pazientemente fuori. Mentre per le feste ebraiche mamma ci seguiva al Tempio. Lavorando in proprio, papà, vecchio socialista, aveva potuto evitare l’iscrizione al Partito Fascista, tessera a quei tempi obbligatoria per ottenere qualsiasi lavoro. Anzi, avendo servito la Patria per più di sette anni come soldato prima e sottuficiale poi, partecipando alla guerra di tripolitania, si sentiva con la coscienza a posto; come ex combattente aveva tutte le carte in regola. Quando nel luglio del 1938 il Governo Fascista emanò diversi provvedimenti che investirono direttamente e senza pietà la persona umana dell’ebreo, mio padre non vi prestò alcuna attenzione. Soleva dire “siamo lavoratori, non diamo fastidio a nessuno, tutti ci vogliono bene, cosa potrà mai capitarci?” Povero papà, com’era lontano dalla realtà.
Nessuna esitazione quindi nel dichiarare la nostra religione quando fu chiamato all’ufficio anagrafe del Comune di Mantova per chiarimenti sullo stato di famiglia. - Non è vero - disse l’impiegato addetto al servizio - vedo qua il certificato di battesimo di Luciano. - Luciano?????? - Certo, Luciano, figlio di Angelo e Norma, nato all’ospedale civile di Mantova e battezzato nella stessa chiesetta dell’ospedale…guardi qua! “Non è possibile” pensò papà sbalordito con il certificato in mano “sicuramente c’è stato un errore!” Poi, rivolgendosi all’impiegato, sbraitò:- Scriva pure a chiare lettere e ben visibile “BATTEZZATO CONTRO IL VOLERE DEL PADRE”. - E’ sicuro? - incalzò l’impiegato - SICURISSIMO! - rispose senza ombra di dubbio mio padre. - Va bene, contento lei… - Prese il timbro e nel bel mezzo del certificato impresse “DI RAZZA EBRAICA” Tornati a casa mamma confessò che, essendo venuto al mondo prematuro, alla nascita pesavo otto etti e le possibilità di sopravvivenza erano praticamente nulle, decise di farmi battezzare in quanto per la sua religione sarebbe stato un peccato mortale perire senza battesimo. Certo che papà non fu lungimirante, ma non poteva immaginare quante lacrime e dolore gli sarebbe costata quella dichiarazione.
Fra il 1938 e il ‘39, il Governo Fascista aveva varato diversi provvedimenti razziali; gli ebrei non potevano avere più di un certo importo in moneta, né una casa, possedimento terriero limitato, non potevano esercitare qualsiasi attività professionale. All’ebreo non era consentito di servire la Patria con o senza armi. Egli era messo completamente ai margini della società, non poteva frequentare locali pubblici come cinema, bar, teatri, salire sull’autobus, sedersi in un giardino pubblico; non poteva avere alle proprie dipendenze personale di “razza ariana” come operai, collaboratrici domestiche, contadini, impiegati ecc., né dipendere dall’Amministrazione Pubblica
ricordo con rammarico la mia maestra Signora Marianni, insegnante alle scuole elementari da ben 39 anni, che attendeva con impazienza il compimento del 40° anno di servizio per arrivare alla meritata pensione. Fu licenziata in tronco, perdendo così tutti i diritti civili ed assistenziali. Questi le furono riconosciuti dopo la guerra, ma la poveretta non fece in tempo a beneficiarne. Soltanto alcuni giornali di sinistra contestarono le iniziative e i provvedimenti di legge, ma fu una protesta blanda, in definitiva gli ebrei italiani erano soltanto 60.000 e, nei confronti dei 45 milioni di abitanti, questi rappresentavano una quantità del tutto trascurabile.
Io e mio fratello frequentavamo le scuole tecniche: Walter al quinto anno, pochi mesi ancora e sarebbe arrivato al sospirato diploma, io il secondo, quando il Preside ci chiamò nel suo ufficio e, molto dispiaciuto, ci informò che era purtroppo obbligato ad allontanare dall’istituto tutti i ragazzi non “ariani”.