Questo fu il primo provvedimento che ci toccò da vicino.
La mia sorellina frequentava la terza elementare e fu più fortunata, la isolarono nell’ultimo banco per evitare ogni contaminazione! In seguito terminò le elementari grazie all’iniziativa dell’insegnante Sig. Finzi, anche lui di religione ebraica, il quale ottenne il permesso di organizzare un’aula solo per bambini ebrei.
Sui muri delle case, nei centri cittadini, cominciarono ad apparire le prime scritte contro gli ebrei, e io con il mio amico Dario trascorrevamo le notti cancellando con vernice nera il più possibile, col rischio di essere scoperti e puniti.
In seguito anche io e mio fratello, come tanti miei correligionari, fummo chiamati per il lavoro coatto. Ci portarono in una impresa edile e il Sig. Scaglioni, l’impresario che era stato obbligato ad assumerci contro la sua volontà, accogliendoci, borbottò sottovoce per non farsi sentire dai fascisti:- Ma guarda ‘stì rompiscatole, proprio a me dovevano venire a rompere i co…! Ci invitò a sederci e non ci chiamò mai. Si stava tutto il giorno senza far niente. Non ricordo quanto tempo durò questo stato, sicuramente poche settimane. Via via la situazione per noi andava peggiorando, i provvedimenti s’infittivano, finché si giunse al mattino del 5 ottobre 1943.
“Ore otto, giornale radio. Altri provvedimenti sono previsti per tutti gli appartenenti alla razza ebraica…bla bla bla…che dovranno mettersi a completa disposizione delle autorità…bla bla bla…”
- BASTA COSI’ - disse mio padre che stava uscendo per recarsi al lavoro, e rivolgendosi a mamma aggiunse:- Prepara le valigie con il minimo indispensabile e filiamocela, non è più il caso di rimanere in questa città dove troppi ci conoscono, qualcuno potrebbe farci un brutto scherzo. Intanto vado a chiudere il laboratorio. Tornerò immediatamente con la cassetta degli arnesi più utili, da ora in poi dovremo contare solo sulle nostre braccia per vivere. Mamma preparò quattro o cinque valigie con una piccola scorta di viveri e pochi indumenti e quando rientrò papà eravamo già tutti pronti per partire, o per meglio dire “fuggire”, ma..dove? Salutai mentalmente la nostra bella casa di dieci stanze, mormorando “aspettaci, torneremo” e ci avviammo verso la stazione ferroviaria. Destinazione: Porretta Terme, ove tutti gli anni, in agosto, mio padre si recava per le cure termali. Ricordo però che papà disse a mamma:- Tu, se vuoi, puoi rimanere, non corri alcun pericolo, sei di religione cattolica e… -Rimanere? - lo bloccò mamma indignata - Dove vanno i miei figli e mio marito, vado anch’io, e non una parola di più!
Mentre il treno sbuffando continuava la sua corsa, osservavo i miei genitori preoccupati e pensierosi, mentre noi figlioli, un po’ elettrizzati dalla novità, ci sentivamo nel bel mezzo di un’avventura. Ero giovane e non mi sembrava un momento particolarmente drammatico. Non sapevo che esattamente 11 giorni dopo, una retata nazista nel Ghetto di Roma avrebbe deportato verso i campi di sterminio 1063 ebrei romani; ne tornarono solo 15…e non fu che l’inizio…
Stavamo entrando alla stazione di Bologna, quando suonò l’allarme aereo. Il personale ferroviario e gli altoparlanti sollecitarono i viaggiatori ad abbandonare in fretta la stazione, e di correre verso i rifugi antiaerei. Raccogliemmo velocemente i nostri bagagli e ci avviammo verso il rifugio nel piazzale antistante la stazione, chiamato “la Montagnola”. Ma correndo tra la folla impazzita, tra spinte e urti, l’enorme valigia di Walter si ruppe spargendo nel bel mezzo della strada la nostra scorta di viveri. Si recuperò alla meglio ciò che si poteva, e via di corsa verso il rifugio, appena in tempo che già le prime bombe cadevano.
Il bombardamento durò due ore, e fu terribile. Nel rifugio si ammassavano persone piene di terrore, paura e sgomento. C’era chi pregava sgranando il rosario, chi imprecava, chi cercava di nascondere l’angoscia chiacchierando continuamente, bambini che piangevano, adulti ammutoliti dal terrore. Io non ricordo cosa provai in quei 120 minuti, era la prima volta che subivo un tale evento; Mantova ancora non era stata colpita. Vagamente ricordo che continuavo a dire “Ohhhh, ma qui fanno sul serio!!”
Dopo il cessato allarme uscimmo all’aperto e lo spettacolo che si presentò era a dir poco apocalittico: la stazione e tutti i palazzi attorno erano completamente distrutti, si udivano lamenti di persone ferite. Ci bruciavano gli occhi per la polvere e i calcinacci, macerie detriti e incendi facevano da cornice al nostro sbigottimento. Qualcuno ci informò che potevamo proseguire il viaggio da una stazioncina secondaria, alla periferia di Bologna (forse Panicale), e faticosamente riprendemmo la nostra fuga.
Si arrivò a Porretta Terme verso sera e mio padre, senza alcuna esitazione, bussò alla porta del Convento dei Frati Francescani, proprio di fronte alla stazione, chiedendo asilo e protezione. Nonostante la presenza di una donna e una bambina, ci ospitarono per qualche giorno in attesa di una sistemazione più consona. …e la sistemazione arrivò presto, anche se dolorosa perché per la prima volta la famiglia si divise. Walter rimase nel Convento, mamma, papà e mia sorella furono accolti dalle suore Francescane di Sanbuca Pistoiese, a pochi chilometri da Porretta, in una collina sopra Taviano. Io fui spedito (ormai non ero che un pacco) da Don Gimmy, in un borgo abbarbicato a un colle, chiamato “Le Capanne”, sopra Venturina.
Don Gimmy, soprannominato così perché era nato in America da emigranti italiani, era un vero sacerdote, un raro esempio di carità umana. Accoglieva tutti, indistintamente. Aveva la sagrestia piena di partigiani, ebrei, soldati dell’esercito inglese e tedesco, tutte persone in sosta, alla ricerca di un covo ove rifugiarsi. Dio solo sa come Don Gimmy facesse a procurare il cibo per tutti. Non respingeva nessuno, chi bussava alla sua porta trovava un asilo sicuro.
Purtroppo non durò a lungo; una spiata costrinse tutti noi a squagliarcela. Tornai in convento a Porretta, con mio fratello, in attesa di una nuova destinazione. Non ho mai saputo la sorte degli altri.
Una mattina mi chiamò un frate e mi ordinò di indossare il saio. Dovevamo andare nel Convento dei Frati Francescani di Cento, in provincia di Ferrara. Tutto era già stato organizzato in precedenza e, quando arrivammo a destinazione, il Padre Superiore mi accolse benevolmente. Là diventai un vero sagrestano. Vestito da frate servivo Messa, suonavo le campane, tenevo pulita la chiesa, aiutavo nell’orto, insomma collaboravo con tutti e sembrava che le cose andassero nel verso giusto. Il cibo assolutamente non mancava ed era ottimo, anche perché c’era un frate cuoco che avrebbe dato dei punti ai migliori chef dei ristoranti italiani. Ancora oggi mi viene da ridere quando ricordo il piccolo incidente che si verificò mentre stavo riordinando alcune cose in chiesa.
-Padre, mi confessa? La voce femminile mi colpì come un fulmine. Mi girai di scatto e una vecchietta mi ripetè “Padre, mi confessa?” Ce l’aveva proprio con me! Rimasi impietrito, poi, riprendendomi prontamente, risposi “Mi dispiace figliola (ero talmente imbarazzato che mi venne di dire figliola), io non posso confessarla, non sono un sacerdote, ma un frate della cerca”. - Oh, che peccato! La vedo tutti i giorni qua in chiesa e avrei voluto confessarmi da lei - mi disse candidamente l’anziana signora.
Fu una nota di allegria tra i tanti pensieri tristi che mi assillavano, ma non fu l’unica. Mi divertii molto anche quando nel convento vennero uccisi due maiali. Il primo era di 290 chili, il secondo di 304! Ricordo che li trascinarono di peso fuori dal porcile perché non riuscivano più a camminare da quanto erano grassi. Da perfetto cittadino non avevo mai assistito a “fare”, come dicono gli esperti, un maiale. Ancora oggi ricordo quell’esperienza. In quei momenti di vera carestia, fu una cuccagna tutta la grazia di Dio ricavata dalle due bestie. Ma anche questo periodo di apparente tranquillità finì presto.
Dopo poco più di un mese il Padre Superiore mi ordinò di andare in Comune per richiedere la carta annonaria. La carta annonaria era una tessera personale che dava diritto ad una razione giornaliera di viveri. Ancora oggi non mi spiego la mia ingenuità, per non dire idiozia, e mi chiedo ancora se l’ordine del Padre Superiore fu solo una innocente sventatezza… Ero braccato, come tutti gli ebrei europei; mi nascondevo perché c’era la caccia all’ebreo, eppure…
…dietro ordine del Padre Superiore, andai in Comune per richiedere la carta annonaria e, candido come un giglio, dichiarai all’impiegato addetto le mie generalità, senza pensare minimamente al pericolo che stavo correndo.
Difatti, dopo nemmeno un paio d’ore, due carabinieri si presentarono alla porta del convento e mi ingiunsero di seguirli per “accertamenti”. Il maresciallo, dopo un lungo interrogatorio, soprattutto per sapere dove viveva il resto della mia famiglia, vista la mia reticenza, mi disse:- Mi dispiace figliolo, sono costretto a metterti in carcere. - Dispiace più a me - risposi. Così come stavo, in maniche di camicia in pieno inverno (non ebbi nemmeno il permesso di tornare in convento per prendere qualcosa) mi trasferirono in carcere.
Quasi tre mesi durò la mia detenzione in attesa di “accertamenti”, e fu un’esperienza davvero amara in quel salone di metri 10 per 15; quante volte l’ho misurato a passi piangendo! Mi teneva compagnia una decina di persone: veri avanzi di galera. Rinchiusi per reati diversi, chi per furto, chi per borsa nera…era proprio una bella congrega! C’era un giovane che era stato condannato perché si era vestito da tenente dell’esercito per fare il bullo con le ragazze, ma era stato smascherato quando, incontrando un maresciallo, senza pensarci due volte lo salutò per primo. Forse poteva passare tutto in burla se il ragazzo non fosse stato armato; lo stolto andava in giro con una Beretta calibro nove in dotazione agli ufficiali. Grossi guai in tempo di guerra! Appena entrato in carcere mi chiesero subito se avevo “sgancito”. - Che vuol dire sgancito? - chiesi sorpreso - E’ la prima volta che ti mettono in carcere? - Certo che è la prima volta! - Ecco perché non capisci il gergo! Sgancito vuol dire rubato. - No, no, non ho rubato niente, mi hanno messo in galera soltanto perché sono ebreo. - Solo per questo? Accidenti a loro e a tutti i fascisti!
E quella frase diventò un ritornello. In quanto ai frati, non solo non mi consegnarono le mie poche cose lasciate da loro ma, nonostante l’abbondanza di cibo di cui disponevano, non pensarono mai una sola volta a portarmi una minestra calda o un pezzo di pane, anche se il convento si trovava a pochi passi dall’edificio. Mi avevano completamente dimenticato. Dovevo accontentarmi di ciò che passava il penitenziario: poco e cattivo. Non intendo sottolineare oltre le mie sofferenze, perché nello stesso periodo molta gente stava sicuramente anche peggio di me, tuttavia non posso fare a meno di ricordare che ho patito tanto, soprattutto il freddo, più che la fame. Di notte non riuscivo a dormire; una sola coperta rosicchiata dai topi posta su un tavolaccio di legno, poco cibo e morale a terra. In quasi tre mesi di carcere il mio peso scese al di sotto dei 50 chili (all’epoca pesavo intorno ai 61 chili). Per fortuna che quando arrivava il pacco viveri da parte dei familiari dei miei nuovi “amici”, questi mi passavano quasi sempre qualcosa da mangiare.
Il tempo, anche se lentamente, passava, ma la consapevolezza che il mio futuro non sarebbe stato certamente migliore, era il pensiero più assillante .
Un mattino un secondino venne a prelevarmi. - Prendi la tua roba e seguimi. Quale roba, se mi avevano arrestato in maniche di camicia? Mi condusse alla presenza di un brigadiere dell’arma che, senza mezzi termini, mi ammanettò come un comune avanzo di galera. Questo mi colpì profondamente. Pensai subito a mio padre che non si stancava mai di ripetere “Ricordatevi figlioli, sempre e soprattutto ONESTA’ E LAVORO”. Un sano principio, ma in quell’occasione mi parve assolutamente inutile. Un nodo alla gola non mi permise di chiedere al sottufficiale se le manette erano proprio necessarie. Ero preoccupato di cosa avrebbe detto la gente; ero in maniche di camicia e tutti avrebbero visto quei due maledetti anelli ai polsi. Come mi vergognavo! Poco dopo chiesi timidamente dove mi stava conducendo, la risposta fu che aveva l’ordine di consegnarmi alla questura di Mantova, per poi essere internato in un campo di concentramento. Mi passò la paura di essere consegnato al comando tedesco, non capivo cosa c’entrasse Mantova, ma quell’informazione mi riempì di felicità, finalmente a casa!
Durante il viaggio, da Cento a Mantova, preso un po’ di coraggio, chiesi al brigadiere se mi poteva togliere le manette. Questi mi guardò fisso negli occhi e mi disse:- Se mi giuri sul tuo onore che non tenterai di scappare, posso anche levartele, ricorda però che ho moglie e due figli, e mi metteresti seriamente nei guai. Non avevo altra scelta e giurai solennemente che mai e poi mai avrei tentato la fuga. Mi vergognavo troppo con quegli anelli, la gente che mi fissava, non conoscendo il mio dramma, mi giudicava con gli occhi.