… e arrivò la sera del grande passo.
Aspettammo che tutti dormissero, una rapida occhiata al posto di guardia dove l’agente di servizio stava tranquillamente leggendo e…VIA! Fu più facile del previsto; in men che non si dica ci trovammo in Via Govi, finalmente LIBERI. Era giunto il momento di salutarci; grandi pacche e calorosi abbracci di gioia e commozione, non ci pareva vero…ma proprio in quel momento l’amico Colorni si accasciò improvvisamente a terra in preda ad un terribile attacco di epilessia; evidentemente la tensione aveva avuto il sopravvento. Fu come il colpo di grazia per il Vitali, sofferente da tempo di cuore, sbiancò all’stante e anche lui crollò con un attacco in corso. A quel punto il Parigi venne sopraffatto dal terrore che i fascisti avrebbero potuto uccidere, per rappresaglia, i familiari rimasti nel campo. Era il panico generale. Non potevo abbandonarli, sarebbe stata una vergognosa vigliaccheria…non potevo… Aspettai che si riprendessero un poco poi, aiutando i due sofferenti, ritornammo sui nostri passi, rinunciando alla salvezza.
Nessuno si accorse mai di niente, ed io stavo già rielaborando un nuovo piano di fuga, questa volta da solo, quando gli avvenumenti precipitaro…
Un giorno Mario, uno degli agenti di polizia con il quale avevo stretto amicizia, mi sussurrò all’orecchio, con circospezione, che doveva dirmi una cosa molto importante “ricorda però che se si venisse a scoprire quello che sto per dirti, io non ti conosco, non so niente e negherò qualsiasi rapporto tra noi”. Promisi che dalla mia bocca non sarebbe uscita una parola. Rassicurato, Mario mi confidò sottovoce che il 5 aprile avrebbero fatto suonare le sirene dell’allarme e un camion della ghestapo ci avrebbero prelevato per condurci tutti in Germania. - Lo sai vero che, rivelandomi questo, stai rischiando grosso? Perché lo fai? - gli chiesi commosso. - Perché siamo amici e gli amici non si tradiscono, perché non ritengo giustificato questo comportamento contro gli ebrei e perché penso che in Germania faresti una brutta fine. Senza aggiungere altro ci guardammo a lungo negli occhi, ci abbracciammo affettuosamente, infine gli strinsi forte la mano esprimendogli tutta la mia riconoscenza.
Dovevo assolutamente scappare, e al più presto. Bastava attuare il piano di evasione già collaudato. Questa volta sarebbe stato ancora più facile, poiché nessuno si era ancora accorto delle porte scassinate la volta precedente; in pochi minuti mi sarei trovato per strada e avrei potuto raggiungere i miei che, sicuramente, non sapevano nemmeno dove ero finito. Però ero in conflitto con la mia coscienza; mi chiedevo se era giusto non dire niente agli altri, nemmeno ai miei amici più intimi. Non riuscivo proprio a prendere una decisione, mi sentivo tra l’incudine e il martello: dovevo scegliere tra la riuscita certa, rimanendo con il rimorso per tutta la vita o, nel tentativo di salvare altre vite, il rischio di rimetterci pure la mia, gettando al vento la mia ultima chance. Rimasi tutto il giorno pensieroso, mentre dentro di me era in corso una dura battaglia tra il cuore e il cervello. Qualcuno però mi sollevò da questa atroce scelta, decidendo per me… Il giorno dopo… - Il commissario prefettizio ti vuole nel suo ufficio. “Vai”, pensai “nuova gatta da pelare!” Non ho mai capito perché mi reputasse il suo braccio destro, dicendo di fidarsi soltanto di me, quando mi trattava senza alcun riguardo come, se non peggio degli altri, e mai mostrò una qualsiasi considerazione nei miei confronti. Con queste riflessioni bussai alla porta e, dopo il permesso concesso, entrai. IN UFFICIO C’ERA MIA MADRE!!!!!! Rimasi senza fiato. Dopo un lungo abbraccio (sempre previo permesso del commissario) mamma mi disse con un sorriso che era venuta a prendermi “ho i documenti necessari per il rilascio, autorizzati dalla questura; tutto in regola!” - Cosa, cosa?????? - ruppe il Martiradonna con calma apparente - Lei da qui non porta via nessuno! IO SOLO sono il responsabile di suo figlio e ho deciso di trattenerlo. Mia madre, con altrettanta apparente calma e brandendo alcuni fogli nella mano, rispose che il signor commissario non poteva trattenere nessuno, “questi sono i documenti firmati dal questore stesso, non ha nessuno autorità per trattenerlo. Io non mi muoverò di qua se non con mio figlio. Lo DEVE rilasciare.” (Ti prego, ti prego mamma, stai calma, tu non conosci questa carogna, è capace di tutto) le comunicai disperatamente con gli occhi, in silenzio e sempre sull’attenti. La risposta del commissario non si fece attendere e, con parole ben scandite, sillabò:- Signora, lei mi ha rotto i coglioni. Se ne vada! Vuol vedere cosa ne faccio di suo figlio? Chiamò l’agente di servizio e gli ordinò:- Mettilo in cella! Stavo per intervenire, ma capii che avrei peggiorato la situazione, ragione per cui cercai di trattenermi giurando in cuor mio che, se me la fossi cavata, alla fine della guerra, l’avrei ucciso. Passai in cella il resto della giornata e tutta la notte camminando avanti e indietro con le lacrime agli occhi, pensando a quel maledetto. Il mattino successivo, l’agente di servizio mi portò dal commissario. - VAI, SEI LIBERO - mi disse quasi con disinteresse Non me lo feci ripetere due volte e, non avendo il permesso di comunicare con i miei amici, girai sui tacchi e…VIA!!!!! Mamma mi aspettava impaziente all’uscita. Ero entrato nel campo con la sola camicia e con lo stesso indumento ne uscivo, ma stavolta ero in vantaggio. Chiesi a mia madre come fosse riuscita in quella disperata impresa, ed essa mi raccontò che, dopo l’odiato scontro, era tornata immediatamente dal questore, informandolo che i suoi documenti e la sua firma non avevano alcun valore per il Martiradonna, e riferendogli con calma il colloquio appena avuto. Il questore, pizzicato nell’orgoglio, le assicurò che poteva tornare a riprendersi il figlio, il mattino seguente. Immagino che tra i due sia intercorsa la classica telefonata tra superiore e subalterno… Forse l’aguzzino non ricordava la legge di Norimberga, che prevedeva chiaramente la non applicabilità delle leggi razziali per i figli di matrimonio misto (una legge che ben presto, purtroppo, dimenticarono tutti), alla sola condizione che gli stessi dovevano firmare, due volte la settimana in questura, un documento di presenza. Tutto questo era scritto nei documenti presentati da mia madre, ma il commissario non l’aveva accettato, ancora una volta aveva abusato della sua autorità.
Bene, per il momento ero libero, consapevole che comunque non mi sarei certo salvato da una retata tedesca semplicemente dichiarandomi figlio di matrimonio misto. E papà? lui era un ebreo puro, figlio di genitori ebrei. Nessuna speranza di salvezza, e sarebbe stato tragico veder deportare il padre.
Dopo un viaggio disastroso, raggiungemmo il resto della famiglia nel convento delle suore di Sanbuca Pistoiese. Trovai anche mio fratello, costretto a trasferirsi per ragioni di sicurezza. Dopo circa sei mesi di continue angosce, eravamo nuovamente riuniti e ancora tutti vivi. Una fortuna che purtroppo altri non hanno avuto. L’agente Mario aveva detto la verità: a Mantova, la mattina del 5 aprile 1944, suonò l’allarme aereo ed un camion della SS tedesca prelevò tutti i prigionieri del campo di concentramento, persino gli anziani “ospiti” della casa di riposo. Trasportati alla stazione ferroviaria, e caricati sui vagoni bestiame in partenza per la Germania, quella povera gente intraprese il viaggio senza ritorno. L’amico Alessandro Vitali non giunse mai a destinazione, perché mentre stava salendo sul vagone, ebbe un’altra crisi di cuore che lo fulminò all’istante. Cinquattaquattro furono i deportati del campo, solo uno si è salvato. Lo testimonia l’epigrafe all’entrata dello stabile in Via Govi, ove si leggono i nomi delle vittime. Nel campo di concentramento, ex casa di riposo ebraica, lasciarono solo tre o quattro vecchietti, ormai in fin di vita. Addio miei cari amici: Ugo Parigi, Alessandro Vitali, Guido Colorni e tutti gli altri che conoscevo fin da bambino; addio! la vostra immagine rimarrà indelebile nella mia memoria. Emilio Foa di Casale Monferrato, fu l’unico superstite e lo incontrai per caso a Roma quasi dieci anni dopo. Ci abbracciammo con grande commozione e, in quell’occasione, mi raccontò come era riuscito a resistere all’inferno di Auschwitz, dove avevano portato il gruppo di Mantova. Proprio quel famigerato campo ove era stato programmato scientificamente e a tavolino lo sterminio di un popolo intero. Emilio mi riferì che all’arrivo nel lager furono divisi gli uomini dalle donne e i bambini. Per un certo periodo, occasionalmente, aveva incontrato gli altri amici, in seguito non li vide più; per loro era finita…come per suo padre e suo zio e tanti altri. Mi mostrò anche il tatuaggio sull’avambraccio sinistro: la lettera “A” di AUSCHWITZ, seguita da un numero. Non riporto qua gli orrori di Auschwitz e del suo mondo rovesciato raccontati dall’amico, perché non è la mia storia.
Durante la mia assenza anche Walter fu arrestato dalla milizia fascista e trasferito nelle carceri di Montesperoli. Ancora una volta l’intervento di mamma fu determinante; ella, in quanto cattolica, poteva circolare liberamente, ma i mezzi di trasporto erano sempre più rari e ad alto rischio per i bombardamenti. Povera mamma, quanta strada a piedi ha percorso per salvare i suoi figli. Ci ha donato la vita per ben due volte, come un doppio parto. Dopo poco anche le condizioni in convento peggiorarono. La Madre Superiora era diventata intrattabile, nervosa e irascibile; non si riusciva a capirne la causa. Era chiaro che non eravamo più bene accetti, dovevamo andarcene al più presto. Eppure ci rendevamo utili in ogni occasione, lavorando sodo tutto il giorno e mangiando poco e male. C’era un appezzamento di terreno di loro proprietà al quale dedicavamo tutte le nostre energie, pur non sapendo niente di coltura, poi la chiesa ed il convento da tenere in ordine e ben puliti, si provvedeva inoltre a qualsiasi riparazione. Insomma, non avevamo un attimo di respiro. Anche mamma e Giuditta, la mia sorellina che ancora era una bambina e aveva tutto il diritto di passare il suo tempo giocando, lavoravano di lena curando l’orto e il giardino. Le suore pensavano soltanto a pregare. L’unico vantaggio per noi era la sicurezza di stare lontani, almeno per il momento, da ogni pericolo…e non era poco! …poi avvenne il patatrac…
Ci trovammo improvvisamente e senza alcun preavviso tutti e cinque in mezzo alla strada. Come mai? Cosa era successo di così grave? La spiegazione di mio padre fu sconvolgente: ci confessò che si era rifiutato di continuare a…andare a tetto con la Madre Superiora! Conoscendo mio padre, ritengo fosse la pura verità. Esso si giustificò informandoci che non poteva più cedere ai ricatti della suora: soddisfare i suoi desideri sessuali, solo perché minacciato continuamente di essere cacciati tutti dal convento. “Queste cose non si fanno per coercizione, mi sono sentito violentato!“…e noi eravamo, ancora una volta, in pericolo…
In paese trovammo, per fortuna, un’abitazione ammobiliata. I proprietari erano emigrati all’estero, lasciando le chiavi ai parenti, che non ebbero alcuna difficoltà per affittarcela. Avevamo risolto una prima necessità, ma scarseggiavano i soldi per i viveri, senza tessera era un grosso problema. Come sempre mamma non si scoraggiò, era solita dire “Dio vede e provvede”, difatti dopo qualche giorno ci chiamò un uomo di mezza età di nome Pippo. Pippo era un gran lavoratore, sempre disponibile per tutti, vedovo e senza figli. Viveva solo, ma questo non lo spaventava, non soffriva certo di solitudine con tutto il lavoro che riusciva a svolgere. Veniva chiamato continuamente dalla gente del paese per lavori di facchinaggio e spesso lo si vedeva con pesantissimi carichi sulle spalle che scendeva e saliva dalla mulattiera che portava giù al paese di Taviano. Era proprietario di tre vastissimi castagneti, per questo ci aveva chiamati; aveva bisogno di aiutanti. Ci chiese se eravamo disposti a lavorare con lui per la stagione delle castagne. Si trattava di raccogliere le castagne, trasferirle all’essiccatoio e, una volta essiccate, portarle giù al molino di Taviano per essere macinate. Il compenso consisteva in un pasto a secco e, alla fine della stagione, un quintale di farina a testa.
Accettammo immediatamente, cominciando già dal mattino successivo. Pippo ci accompagnò nella sua proprietà e, dal confine esterno, iniziammo la raccolta delle castagne. Un lavoro davvero faticoso. Nei castagneti di Sanbuca Pistoiese, si riempivano i sacchi di castagne raccolte tutto il giorno e la sera, si trasportavano all’essiccatoio, naturalmente a spalle.
L’essiccatoio è una grande stanza divisa a metà, orizzontalmente, da una rete metallica, con un braciere sempre acceso nella parte inferiore. Si scaricano le castagne sopra la rete che, ricevendo il calore dal braciere sottostante, piano piano si seccano. Terminata questa operazione si tolgono dalla rete con pale adeguate, in quantità limitata, e si versano nei tini con fondo tondo. Successivamente, con la “zanca” (una specie di trampolo simile a quelli che usano i pagliacci con le loro spettacolari passeggiate nel vuoto), fornita di una sorta di corona metallica ad un’estremità, si separa la buccia dalla castagna. Con l’aiuto di un soffietto si fanno infine “volare” le bucce come tante farfalle.