Arrivammo a Mantova verso le 20.00, con una nebbia che non si vedeva a due passi e un freddo paralizzante.
Scesi dal treno, il sottufficiale mi disse:- Poiché non sono pratico della tua città, tu mi accompagnerai in questura, ma ricorda il tuo giuramento, altrimenti ti rimetto le manette, tanto con questa nebbia nessuno potrà riconoscerti. Rinnovai la promessa a malincuore, perché ero consapevole che stavo rinunciando a un’occasione più unica che rara. Conoscevo, e conosco tuttora, la città passo per passo e sapevo benissimo che avremmo dovuto attraversare un rione dove c’erano dei palazzi che, entrando dal portone principale, attraverso due lunghi androni separati da un cortile, si usciva in una strada secondaria, sul retro dello stesso palazzo. Con l’aiuto della nebbia sarebbe stato facile piantarlo in asso senza troppi rischi. Qualcosa però mi tratteneva, non so, forse il giuramento, o per sua moglie e i suoi figli che nemmeno conoscevo, o forse, più superficialmente, il fascino del rischio; cosa aveva riservato per me il destino? Comunque non rinunciai certo per paura; potevo benissimo farcela anche se sapevo che il brigadiere era armato. Finì che lo accompagnai dritto dritto in questura… Il brigadiere si mise subito a rapporto con l’agente di servizio il quale lo informò che l’avrebbe messo subito in contatto col commissario Ferrigno. Nell’udire quel nome, il mio cuore si riempì di gioia; conoscevo bene questo commissario poiché i mobili della sua cucina era stato uno degli ultimi lavori fatti nel laboratorio di papà: mobili fatti su misura, con la personale supervisione di mio padre il quale era stato molto corteggiato dallo stesso commissario per ottenere il suo tocco finale. Tutte le mie speranze di libertà cominciarono a farsi strada. Pensavo che il signor Ferrigno mi avrebbe in qualche modo agevolato. Introdotti nell’ufficio del commissario, il sottufficiale consegnò i documenti che mi riguardavano. Il suo compito era terminato, fu congedato e prima di uscire mi salutò con un “ciao”. Non lo rividi mai più. Il signor Ferrigno cominciò a leggere la mia pratica, senza mai alzare la testa dalla scrivania poi, rivolgendosi all’agente in attesa di ordini, disse:- Bene, trasferitelo al campo di concentramento! Pensai che forse, così dimagrito, non mi avesse riconosciuto, così avanzai una timida reazione di sorpresa. - Non mi riconosce signor Commissario? Sono il figlio di chi ha avuto tanta cura della sua cucina. Si ricorda? Finalmente mi guardò e con tono freddo e incolore mi rispose “Non ti conosco” poi, rivolgendosi all’agente con aria infastidita, aggiunse “Lo porti via!” Ero pietrificato, tutte le mie speranze crollarono di colpo. Credevo di sognare, ma dovetti convincermi che, purtroppo, era tutto vero! Dunque questa era la mia sorte? Campo di concentramento, reticolato, baracche, maltrattamenti sotto la stretta sorveglianza della ghestapo tedesca. -Dio benedetto- pregai in silenzio -Sono nelle Tue mani, abbi pietà di me. Avevo sentito parlare del campo di Fossoli, in provincia di Modena, probabilmente sarebbe stata quella la mia destinazione. Due agenti di pubblica sicurezza mi fecero salire a bordo di un’auto di servizio. Poco dopo la macchina si fermò davanti a un fabbricato che conoscevo come le mie tasche: il palazzo della Comunità Israelitica! Proprio nell’edificio dov’ero praticamente cresciuto, tra la Sinagoga, l’asilo infantile, il Talmud Torah (le sale per lo studio della Torah), la biblioteca, gli uffici della Comunità, la casa di riposo per gli anziani, l’appartamento del segretario e del Rabbino. In quel luogo non esisteva angolo che non avessi esplorato. Ricordo ancora la ricerca dei posti più impensabili per non farmi trovare quando, bambino, giocavo a nascondino. Ironia della sorte, la Prefettura di Mantova aveva provvisoriamente istituito il campo di concentramento per gli ebrei, nella Comunità Israelitica. Mi sentii sollevato; prima cosa mi pareva di essere a casa mia, poi, altro fatto importante, non c’erano soldati tedeschi.
Quella che una volta era la portineria, ora veniva adibita a posto di guardia, con un solo agente di pubblica sicurezza: servizio di sorveglianza 24 ore su 24, ma sempre e soltanto un’unica guardia, peraltro in borghese. I due poliziotti mi consegnarono al collega e questo chiamò col citofono il direttore del campo che doveva prendermi in consegna. Ma le sorprese non erano ancora finite; il direttore era…una direttrice! Una bella e prosperosa figliola di nome Vera, di 18 anni. Era proprio “Vera”, in carne ed ossa, bianca e rossa in viso, probabilmente una raccomandata o figlia di qualche gerarca fascista. La signorina Vera mi portò al piano superiore, nel grande salone che una volta era il refettorio della casa di riposo, dove ritrovai vecchie amicizie: l’intera famiglia Parigi (papà, mamma, due figli, zio e zia), la famiglia Vitali, la famiglia Norsa, i Mieli (Piemontesi), i Gallico, i Mariani, i Castelfranchi, i Finzi e altri, compresi gli stessi anziani già ospiti della casa di riposo. Passammo le prime ore a raccontarci le nostre peripezie fino al momento dell’arresto, poi mi aggiornarono sul vitto e sul trattamento nel campo. Il vitto era buono, il trattamento…meno. Si doveva lavorare sodo per mantenere una rigorosa pulizia in tutti i locali e per altre mansioni. Niente di eccezionale se non fosse stato che eravamo solo in quattro (me compreso) idonei al lavoro pesante. Gli altri erano donne (che si occupavano della cucina) e persone anziane o inabili. Non mi preoccupai più di tanto, bastava un minimo di buona volontà e avremmo potuto andare avanti. Purtroppo però il vero responsabile del campo era il commissario prefettizio, un certo Rag. Martiradonna (nome rimasto indelebile nella mia memoria anche a distanza di anni), allora trentacinquenne, il quale, ogni mattina alle 9 esatte veniva ad ispezionare il campo, dando ordini a destra e a manca e trattandoci con intransigenza, indisponenza e bieca malvagità, rendendoci l’esistenza insopportabile. Ricordo che, in pieno gennaio (e a Mantova in quel mese il freddo non è uno scherzo), ogni mattina ci voleva tutti allineati in cortile, abili e non, sull’attenti, immobili e in perfetto silenzio. La speranza era sempre che non arrivasse in ritardo, per non morire ibernati! Un mattino, dopo circa mezz’ora che si aspettava fermi e muti, un certo sig. Finzi, ultraottantenne, stanco di rimanere in quella posizione, si mise a sedere. Sfortunatamente il Martiradonna arrivò proprio in quel momento e, trovando il povero vecchio seduto, mi ordinò di rinchiuderlo in cella.
Questa era una stanza che normalmente serviva da deposito per la legna e carbone per l’inverno. Dava sullo stesso cortile, ed era arredata con una rete metallica, priva di materasso e coperte. Non c’erano servizi igienici, in compenso era ben areata; difatti c’era una finestrella con l’inferriata e senza vetri. Era talmente umida che le pareti trasudavano acqua. Tre giorni e tre notti lo lasciò in punizione, e quando mi ordinò di liberarlo, lo trovai immobile, rannicchiato sulla rete. Pensavo fosse morto, ma era “soltanto” semiassiderato dal freddo. Prima di muoverlo, lo massaggiai con delicatezza per tutto il corpo, per facilitare la circolazione del sangue, successivamente lo portai, con molta cautela, nella sua camera a tre letti. Avevo paura che si spezzasse. Ci vollero un paio di settimane prima che si rimettesse, ciononostante tutte le mattine, alle nove, doveva essere presente all’appello. Una volta, invece, l’amato ragioniere, entrando nel salone sentì odore di fumo di sigarette. Immediatamente mi ordinò di smontare tutte le porte, le finestre e le persiane, in modo che l’aria potesse circolare liberamente. Ricordo ancora quei poveri vecchietti abbarbicati sull’unica stufa di ceramica esistente nel salone; tremanti dal freddo imploravano inutilmente di sospendere la punizione, che invece durò fino alle nove del mattino seguente, quando finalmente tornò e mi ordinò di risistemare tutto. Nel frattempo fui punito perché mi riteneva responsabile di tutto ciò che accadeva durante la sua assenza perché, secondo lui, tradivo la sua fiducia. Ma quale fiducia? e perché proprio io, che tra gli “adulti” ero il più giovane? Quella volta la mia punizione fu di segare e spezzare cinque quintali di legna per riscaldamento. E ancora quel giorno che trovò il pavimento non perfettamente lucido. Al solito mi mandò a chiamare e, con cipiglio, disse “domani mattina voglio degli specchi al posto delle mattonelle, voglio vedere la mia immagine riflessa, ti ritengo responsabile”. Il mattino dopo, appena entrato nel corridoio che conduceva al salone, scivolò cadendo rovinosamente a terra. Fra mille imprecazioni, mi chiese chi aveva lucidato i pavimenti “io signor commissario, come da suo ordine” risposi candidamente, trattenendo un sorriso. ” Ma io non ti avevo mica ordinato di attentare la mia vita!” mi rispose, poi, dopo una breve pausa, aggiunse “Ho capito, per questa volta un giorno di cella”. Questo era il signor Martiradonna; un turpe individuo, mai un sorriso, sempre pronto a inveire contro tutto e tutti, senza alcun rispetto per nessuno, aggrediva anche quando non c’era alcun motivo. Sarebbe bastato un minimo di umanità per rendere il campo di concentramento accettabile, anche senza la LIBERTA’. Potrei raccontare ancora centinaia di altri soprusi e angherie subite a causa di questo personaggio, ma penso di aver descritto abbastanza sull’indole contorta di questo uomo, che approfittava della sua posizione per umiliarci con sempre maggiore cattiveria. Non ne potevo più, decisi che dovevo evadere…
Non potevo continuare a subire inerte, dovevo agire, a qualsiasi costo. Ne parlai con gli amici più cari: Ugo Parigi, 25 anni; Alessandro Vitali, 20 anni e l’avvocato Guido Colorni, 35 anni. Insieme studiammo il piano d’azione nei minimi particolari e si arrivò alla conclusione che la fuga era possibile.
Sapevamo con certezza che dal sottosuolo dello stabile si poteva arrivare all’abitazione del Rabbino al piano-terra e, da questa, uscire tranquillamente dalla porta che dava sulla Via Govi, eludendo così il posto di guardia. L’abitazione era vuota, quindi nessuna difficoltà si opponeva al nostro piano. Una volta liberi, ognuno sarebbe andato per la propria strada; troppo pericoloso rimanere uniti! Eravamo nella nostra città, quindi non solo eravamo padroni del luogo, ma tutti e tre potevamo contare su diverse amicizie fidate, per trovare l’aiuto necessario al buon successo della nostra fuga, prevista a fine marzo. Ci procurammo fiammiferi, candele e arnesi per scassinare eventualmente le porte. Non rimaneva che prepararci con cura e senza trascurare nessun dettaglio. Ovviamente non ne parlammo con nessuno…